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Egomnia: una storia di successo che non esiste. Un grande bluff che fa male al mondo delle startup

“The Startup” è il film che racconta la nascita di Egomnia, la piattaforma web creata da Matteo Achilli. Ma è veramente una storia da film?

“The Startup” è arrivato nelle sale cinematografiche, un film che racconta la storia di un giovane ragazzo romano, Matteo Achilli, che a soli 25 anni fonda Egomnia, una piattaforma web che aiuta i giovani a trovare lavoro tramite un algoritmo che da un punteggio ai candidati in base alle esperienze inserite nel curriculum.

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L’uscita di questo film è stata oggetto di dure critiche da parte dei protagonisti del mondo dell’innovazione italiano. Un film che racconta le gesta di un founder amato e odiato, la cui storia era sconosciuta ai più fino ad un mese fa e diciamoci la verità… quanti di voi hanno trovato lavoro con Egomnia? Ma andiamo con ordine.

Come funziona Egomnia?

Non è un social network e non ha nulla a che fare con “quella cosa” inventata da Mr. Zuckerberg. Apparentemente è una piattaforma molto semplice ed intuitiva. Ti iscrivi, inserisci il tuo curriculum, descrivendo le esperienze di studio compilando quattro aree principali: background accademico, lingue, esperienze lavorative, esperienze di studio/lavoro all’estero.
La particolarità, però, sta nell’algoritmo di Egomnia che trasforma i dati inseriti dall’utente in un ranking che permetterà alle aziende di valutare e ordinare facilmente i candidati in base ai loro requisiti di ricerca.

Matteo Achilli: un founder affossato dal suo esuberante ego

egominiaNon poco tempo fa, la BBC ha inserito Matteo Achilli, il fondatore di Egomnia, tra i “Next Billionaires”. Da qui inizia tutto. A ruota escono articoli ed interviste su Wired, Business Insider, Slate e Millionaire, giusto per citarne alcune. I media hanno un’influenza pazzesca, ma forse dovrebbero controllare la veridicità delle affermazioni rilasciate da chi è intervistato.
Achilli ha, per lungo tempo, raccontato fatti che non corrispondevano alla realtà. C’era chi diceva: “Ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte e vedrete che diventerà una verità”, probabilmente lui lo ha interpretato alla lettera e gli è riuscito così bene da riuscire a farsi definire da Panorama Economy come il “nuovo Mark Zuckerberg Italiano”.
L’ego di Achilli è riuscito a costruire un personaggio che vantava gesta non riscontrabili con la realtà. Un ragazzo venticinquenne spinto da un’ambizione smisurata, non a caso “Egomnia” dal latino “io sono ogni cosa”, che è riuscito a fare successo su un fenomeno costruito solo mediaticamente. Una storia quasi al limite del ridicolo, che da ormai molto tempo non ha fatto altro che suscitare l’ilarità degli startupper che con enorme fatica portano avanti i loro progetti.

Matteo Achilli a sinistra con Andrea Arcangeli, protagonista del film

Egomnia: una storia di successo che non esiste. A parlare sono i numeri.

Egomnia non è una startup di successo, e per capirlo basta far parlare i numeri.
Antonio Simeone in un articolo sul Sole24Ore analizza l’ultimo bilancio di Egomnia insieme al commercialista Stefano Capaccioli, ed ecco cosa ne è venuto fuori:

“Egomnia ha un capitale sociale di euro 10.000 interamente versato, con socio unico e amministratore unico (Matteo Achilli). La società è stata costituita nel 2012. Il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 è di circa 44 euro e al 31 dicembre 2014 non aveva dipendenti, mentre al 31 dicembre 2015 ha come costo per il personale dipendente (assunto) 11.543 euro. Egomnia ha ricavi per circa 314.000 euro con 266.000 euro di costi per servizi. I ricavi sono aumentati da 213.000 a 314.000 euro tra il 2014 e 2015.
Conclude: ”La società ha crediti verso clienti per 85.000 euro e debiti in aumento, verso fornitori per 67.000 euro, soci conto finanziamento per 13.000 euro e debiti tributari per 24.000 euro. Fino al 2015 la società è in sostanziale pareggio.

Infine chiude con: “Il sito non ha neanche la partita IVA” (nel senso che non è riportata sul sito la Partita IVA dell’azienda, come da obbligo di legge).

Matteo Achilli nel 2014 alla BBC, ha leggermente ritoccato la situazione: aveva dichiarato di avere un fatturato di 500.000 Euro, quando nel risultato nel bilancio dell’anno in corso risultavano appena 200.000 Euro, e sempre da quel bilancio si evinceva che l’utile netto era di 5.500 Euro e debiti per 120.000 Euro.

Ma capiamoci subito, una startup non si giudica e non si valuta dai numeri che compaiono in bilancio. Certo che però, le redazioni dei vari “giornaloni” come Business Insider, Slate, l’inserto “Sette” del Corriere della sera, Panorama e la casa editrice Rizzoli, una controllatina la potevano pure dare. In fondo per chi è del mestiere ci vuole molto poco a capire che si tratta di fuffa e chiacchiere.

Ma andiamo avanti…come abbiamo accennato prima, ogni buon startupper sa bene che i numeri non sono di primaria importanza per una realtà imprenditoriale che parte da zero. Ma ciò che è veramente importante è la traction, ovvero la capacità di un’impresa di fare presa sul mercato e di guadagnare visibilità con il proprio prodotto.

Ma anche sotto questo aspetto, purtroppo, Egomnia fa acqua da tutte le parti. Il sito è praticamente deserto.
Il 33% degli iscritti risulta essere totalmente inattivo, con profili personali non aggiornati. Dal 2012 ad oggi i contatti tra aziende e candidati sono stati appena 60mila.
Alessandro Palmisano, nel suo blog Stream of Business, scrive riguardo al suo ultimo test sull’operatività di Egomnia.
Ecco cosa è venuto fuori: dopo essersi registrato, va alla ricerca di un profilo in area “marketing”. Come caratteristiche del candidato inserisce: un profilo di un utente laureato, residente in Italia, in qualsiasi regione. Insomma si è tenuto molto generico. Dopo aver applicato il filtro corrispondete alla ricerca, cioè “settore marketing” …il risultato parla da solo. Zero candidati disponibili.

Palmisano ha provato anche con altre ricerche, tutte descritte e riportate nella sua recensione.

Insomma, dopo questa sfilza di dati negativi le domande sorgono spontanee: Come ha fatto Matteo Achilli ad esser definito il futuro Zuckerberg? Perché ha conquistato i media? Come la sua storia è diventata un film?
Ci sono alcuni aspetti molto importanti da prendere in considerazione. Il film “<The_Startup>”, diretto da Alessandro D’Alatri e prodotto da Luca Barbareschi, racconta la storia di un sogno che cerca di trasformarsi in realtà, focalizzandosi soprattutto sul primo anno di vita della startup e sulle conseguenti difficoltà.
Ma fare startup significa andare ben oltre la realizzazione del sogno… fare startup significa portare il progetto all’execution.

“It’s not the idea, it’s the execution”

Trasformare i fatti in realtà concreta, passare dalla teoria alla pratica con un business in grado di realizzarsi in tutte le sue potenzialità.
Una cosa è certa, travisando i fatti non si arriva da nessuna parte. Si potrà raggiungere il successo temporaneo con un film sulla propria storia al cinema, ma poi tutto si andrà a sgonfiare.

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Una scena tratta dal film “The Startup”

L’algoritmo di Egomnia, potrebbe avere un potenziale enorme, a prescindere da quanto funzioni sulla piattaforma. L’idea di Achilli ha un alto valore e probabilmente gli autori del film la hanno utilizzata per riuscire a raccontare al pubblico italiano come una startup possa nascere da un semplice sogno di un giovane studente. Un mix di elementi che creano una grande storia su un fenomeno, quello delle Startup innovative, che in Italia sta prendendo sempre più piede e i cui protagonisti sono giovani intraprendenti, che sacrificano soldi e futuro per riuscire a realizzare il loro progetto.

“Il film vuole essere anche un omaggio ad una generazione di ragazzi che si impegna in quello che fa, e sono la stragrande maggioranza, che hanno una passione, che si impegnano nello sport, che vivono il sacrificio di far convivere tutto questo con la scuola. Vedere che Matteo Achilli a 24 anni ha messo in piedi una società con un fatturato di tutto rispetto, e quasi venti dipendenti, mi sembra forte. Condividere questa energia, di chi rimane nel paese, di chi non se ne va o non ha la possibilità andarsene mi sembrava importante. Come è importante raccontare che questo “si può fare” anche in un paese, come il nostro, fondato sulle spinte”.

Queste le parole del regista Alessandro d’Alatri, che ha confezionato un film che scorre comunque bene, con un gruppo di attori esordienti e di tutto rispetto, con una storia solida, costruita ovviamente rispettando gli stilemi del romanzo di formazione cinematografico (anche se in alcune parti risulta un po’ noioso, rimane nel complesso godibile). Se da un punto di vista cinematografico quindi c’è ben poco da recriminare (e comunque non sarebbe questa la sede adatta), avremmo apprezzato un po’ di attenzione in più su quello che è il tema trattato, la sua “verità storica”, e la sua onestà intellettuale.

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