Note 7, in Canada arriva Class Action contro Samsung: effetto domino?

Dal Canada arriva la seconda Class Action contro Samsung per il caso Note 7. Proprio ora che la multinazionale coreana sta cercando, a fatica, di uscire nel miglior modo possibile dal clamoroso flop del Galaxy Note 7. Il quale, come ormai noto a tutti, esplode sotto carica ed è stato definitivamente ritirato dal mercato. Perfino i modelli sostitutivi, che avrebbero dovuto rilanciare il Note 7. Come non bastasse, in queste settimane è arrivato un altro maxi-ritiro: quello di quasi 3 milioni di lavatrici pericolose. Oltre poi ad una maxi-multa per plagio di Samsung nei confronti di Apple. Ma i guai non vengono mai da soli.

In Canada, per il colosso coreano, arriva come detto anche una Class action contro il Galaxy Note 7. La seconda in totale. Vediamo meglio il caso e quali rischi corre Samsung.

Dal Canada arriva prima class action contro Samsung per Note 7

La class action in Canada contro Samsung per il caso Galaxy Note 7, è stata avviata in Ontario, organizzata dallo studio McKenzie Lake Lawyers LLP. Depositata presso l’Ontario Superior Court, London (Canada). L’oggetto della class action si basa sul fatto che la multinazionale coreana abbia violato la legge sulla protezione dei consumatori e la legge sulla concorrenza in Canada.

class action note 7 canada

Non è la prima Class action in assoluta contro il Galaxy Note 7. infatti, la precedente risale a tre settimane fa presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti, a Newark, NJ. L’accusa rivolta a Samsung in quel caso è di frode e violazione della garanzia e della buona fede dei consumatori.

Note 7 e non solo: rischio tante Class Action

Il rischio, ora, è che Samsung dovrà fronteggiare molte altre Class action per il caso Note 7. Per un effetto domino che potrebbe colpire aspramente il colosso coreano. Anche perché, occorre sommare anche i danni potenziali o concretamente verificatisi (ben 9 feriti) riguardo il succitato caso delle lavatrici.

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La multinazionale coreana aveva pubblicato una lettera di scuse su tre colossi mediatici come il New York Times, il Wall Street Journal e il Washington Post. Ma, probabilmente, non basterà.