cellule staminali morbo di parkinson

I risultati sono promettenti e rappresentano l’ultimo step prima della sperimentazione clinica su esseri umani, che dovrebbero prendere il via entro la fine dell’anno prossimo. L’autore dello studio pubblicato su Nature è Jun Takahashi, professore presso l’Università di Kyoto. Il morbo di Parkinson è una malattia degenerativa che compromette le funzioni motorie, i sintomi più comuni comprendono tremore, rigidità e difficoltà nel camminare. In stato avanzato, il Parkinson porta a depressione, ansia e demenza.

In tutto il mondo circa 10 milioni di persone sono colpite da questo morbo, stando ai dati resi noti dalla Parkinson’s Disease Foundation. I primi test hanno mostrato miglioramenti nei pazienti trattati con cellule staminali, neuroni che rilasciano dopamina, una sostanza che comunica con il nostro cervello e che svolge un ruolo fondamentale nel nostro corpo.

Dal Giappone la possibile cura per il Parkinson

L’utilizzo di tessuti fetali apre a dibattiti duri circa problematiche pratiche ed etiche. Ma in questo caso il problema non si pone, visto che Takahashi e il suo team hanno usato iPS (cellule staminali pluripotenti indotte), che si ottengono dalla forzatura di cellule già differenziate, dunque adulte.

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Le cellule staminali sono state trapiantate nel cervello delle scimmie, le quali hanno visto regredire il Parkinson riottenendo funzionalità nervose e, conseguentemente, motorie. Un risultato strabiliante, nel giro di un anno scimmie che difficilmente riuscivano a camminare hanno recuperato la mobilità.

“Sono diventate più attive, più rapide e fluide nei movimenti – afferma il Professore Takahashi – animali che stavano semplicemente seduti hanno iniziato a camminare intorno alle gabbie. Tali scoperte dimostrano come i neuroni dopaminergici derivati da cellule staminali pluripotenti indotte possano essere usate per trattare pazienti affetti da Parkinson”.

Grande entusiasmo da parte dello staff, ma anche esperti non coinvolti nel lavoro hanno definito incoraggianti i risultati ottenuti. Il trattamento, se considerato applicabile può contrastare la malattia sostituendo le cellule con dopamina perse, come afferma il ricercatore britannico David Dexter. “Le nuove cellule non si limitano a sopravvivere – precisa Dexter – ma vengono integrate nella rete neuronale esistente”.

Una terapia utilizzabile “in qualsiasi paese del mondo”, dichiara Tilo Kunath dell’Università di Edimburgo, evitare l’utilizzo di cellule staminali embrioniche umane consente di non incorrere nei divieti attivi in grande parte del Sud America, ad esempio, oppure in Irlanda. I risultati dei test non sono stati gli stessi per la dozzina di scimmie coinvolte (di razza Macaca Fascicularis), ognuna di esse ha ricevuto neuroni da persone diverse.

“Alcune provenivano da donatori sani, altre invece da pazienti affetti da Parkinson”, afferma Tetsuhiro Kikuchi, uno degli autori dello studio. Il variare dei risultati suggerisce che la qualità del donatore giochi un ruolo fondamentale. Durante l’esperimento, le cellule sono state iniettate nel cervello tramite interventi chirurgici on un ago molto sottile. Un metodo poco invasivo, come dichiara Takahashi, che esclude la possibilità di danni.

Le cellule hanno vita lunga, una volta impiantate, minime reazioni del sistema immunitario e nessuna forma tumorale. A quanto pare, però, questa terapia sarebbe almeno per il momento in grado di migliorare la mobilità del soggetto ma non di intervenire su altri sintomi del Parkinson, quali la demenza. Takahashi e i suoi colleghi contato di avviare la sperimentazione su esseri umani entro il termine del 2018.

Fonte: nationalmultimedia.com