ultima thule

Dopo un meraviglioso viaggio ai confini del Sistema Solare, la sonda New Horizons si è spinta oltre plutone e come sappiamo ha effettuato, proprio all’inizio di quest’anno, un passaggio ravvicinato sul più lontano oggetto celeste mai osservato dall’uomo, Ultima Thule.

Nel suo flyby, New Horizons ha raccolto una quantità enorme di dati e di immagini sulla lontanissima UltimaThule. L’analisi completa e definitiva di tutti i dati richiederà ancora molto tempo, ma nel frattempo i ricercatori ci hanno via via fornito delle piccole anticipazioni. Lo scorso venerdì sono infatti state pubblicate sulla rivista Science delle analisi bastate però solo sul 10% dei dati raccolti da New Horizons. Per il rapporto completo dovremo attendere almeno la metà del 2020.

Grazie ai dati raccolti dalla sonda, sappiamo ad esempio che Ultima Thule ha trascorso la maggior parte della sua esistenza (circa 4,5 miliardi di anni) nella fascia di Kuiper, dove il solo poco riscalda ed è quindi rimasta congelata sin dagli albori. Come ha infatti dichiarato Alan Stern, ricercatore principale della missione, “non avevamo mai visto qualcosa di così primordiale, così immutato sin dai primi giorni di formazione”.

 

Ultima Thule è un ogetto binario davvero particolare

Questo particolare oggetto celeste è ciò che viene definito come un oggetto binario di contatto, ovvero un oggetto formato da due lobi che si sono originati indipendentemente da un accumulo di polvere e gas e che solo in seguito si sono uniti.

I due lobi che lo compongono sembrano infatti essere molto diversi: Ultima, il lobo più grande, è stranamente piatto mentre Thule è più piccolo e più rotondo. Questa differenze sembrerebbe lo specchio di una differenza anche nella loro formazione.

Probabilmente si trattava di due oggetti in orbita tra di loro in un sistema binario, che per qualche ragione si sono scontrati fondendosi. Secondo i ricercatori il processo di contatto è avvenuto in modo delicato, non sono infatti presenti le cicatrici che sarebbe seguite ad uno dei tanti impatti ad alta velocità, che si verificano nella fascia di Kuiper. Come ha infatti affemato Stern, “sarebbero molto pesantemente danneggiati, se non catastroficamente distrutti, da tali collisioni”. Gli scienziati credono quindi, che le due parti di Ultima Thule si siano scontrate ad una velocità molto bassa.

A spiegare come ciò sia potuto accadere è la scienziata planetaria del Southwest Research Institute, Cathy Olkin, vicedirettrice scientifica del progetto New Horizons. La Olkin ha affermato che i due lobi potrebbero essersi uniti ad una velocità così bassa dopo aver perso slancio a causa della nube di gas che pervadeva il Sistema Solare in quel momento, o in seguito all’interazione con altri oggetti con cui “si scambiavano slancio con questi altri piccoli oggetti allontanandoli”, uno scambio che di conseguenza ha ridotto la loro velocità “avvicinando Ultima e Thule fino a quando non si sono toccati”.

 

Macchie sulla superficie, un’altra particolarità di Ultima Thule

Anche la superficie di Ultima Thule si rivela ricca di sorprese. La sua colorazione rossastra sembrerebbe dovuta al cambiamento dei materiali organici ritrovati sulla sua superficie, come metanolo, acqua ghiacciata ed altre molecole organiche.

Si tratta di un oggetto molto scuro e non riflette più del 12% della luce solare che lo investe. Inoltre presenta delle strane macchie luminose, che sono state divise dai ricercatori in tre diverse categorie: circolari od ovali; dritte o solo leggermente curve; ampie regioni diffuse. I punti maggiormente luminosi si trovano attorno al “collo”, ovvero la giunzione tra i due lobi, e nel cratere Maryland.

Non si hanno ancora certezze sull’origine e la composizione di queste zone più chiare. Secondo Stern potrebbero essere il risultato della presenza di particelle luminose a grana fine.

 

Una superficie ruvida: colline, crateri e poca acqua

I ricercatori di New Horizons, studiando la superficie di Ultima Thule, hanno identificato alcuni crateri su entrambi i lobi, anche se molto pochi sono i crateri da impatto presenti sull’oggetto. In particolare a suscitare interesse è un cratere largo circa 8 km, soprannominato Maryland probabilmente formatosi a causa di un impatto. Secondo i ricercatori la relativa scarsità di possibili crateri da impatto, potrebbe indicare un deficit di piccoli oggetti nella fascia di Kuiper. Inoltre sulla superficie di Ultima Thule, non sembra esserci molta acqua, e la poca presente è ghiacciata.

 

Una roccia vecchia che non è mai cambiata

Ultima Thule è circa 43 volte più lontano dal Sole rispetto alla Terra, riceve quindi 900 volte meno luce solare. Per questo motivo non si è mai riscaldato molto, ed è rimasto congelato e ben preservato dalla sua formazione, ovvero poco dopo la nascita del Sistema Solare.

Durante i 293 anni che impiega per orbitare attorno al Sole, alcune regioni di Ultima Thule non ricevono luce per decenni, mentre altre di conseguenza sono illuminate per decine di anni di fila. Gli scienziati ritengono che le variazioni delle temperature giornaliere e stagionali abbiano probabilmente influito solo su uno strato molto superficiale dell’oggetto, che varia da pochi millimetri a pochi metri.

 

Un oggetto solitario dalla insolita forma

Al contrario di molti altri oggetti della fascia di Kuiper che hanno dei satelliti, Ultima Thule è in completa solitudine, privo di satelliti, anelli o qualsiasi altro orpello. La sua forma peculiare e la sua solitudine, la rendono di fatto molto simile al nucleo di una cometa.

Ultima è più ampia di Thule, ed è anche molto più piatta secondo lo scienziato della Johns Hopkins University, che fa parte del progetto New Horizons, Hal Weaver, “la piattezza potrebbe derivare dalla variabilità naturale durante la sua formazione, quando uno sciame allungato di piccole particelle collassò attorno a un nucleo di materia”.