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Nel lontano 2006 ci si chiedeva: la SEO è fantascienza? Ovviamente non lo era. Ma, in quanto ancora poco conosciuta, sembrava una pratica misteriosa; qualcosa che un comune mortale non avrebbe potuto comprendere fino in fondo.

Tredici anni dopo, la percezione della Search Engine Optimization si è letteralmente capovolta. Fino al paradosso. Non solo non è più considerata un qualcosa di astratto e inarrivabile, ma è percepita come un’attività semplice e generica, che chiunque può facilmente conoscere e gestire. E che per questo motivo non richiede più risorse dedicate.

In alcune aziende, anche grandi, il management ha infatti ritenuto non ci fosse più bisogno di competenze specifiche per fare SEO e ha deciso di non fare più affidamento su figure specializzate.

Perché? Primo, perché la SEO è invecchiata. Secondo, perché è lenta. Terzo, perché tutto sommato è gestibile anche senza competenze particolari. Tre luoghi comuni che stiamo per sfatare, uno ad uno.

 

1 – “La SEO sta invecchiando”

O forse, più semplicemente, si è evoluta?

È vero, la SEO circola da metà degli anni ‘90. Ma, più che invecchiata, è più corretto dire sia maturata. Gli specialisti che popolano ogni agenzia SEO di Milano, capitale italiana del marketing digitale, sono cresciuti e hanno creato un’industria formata da tanti professionisti solidi e quotati che ogni giorno lavorano fianco a fianco. 

Negli anni, la disciplina è diventata un irrinunciabile punto cardine di ogni buona strategia di marketing. Tutti i brand più lungimiranti, che cercano visibilità sul web, continuano a dedicare un budget alla SEO, che viene gestita da specialisti interni o da un’agenzia SEO di Milano come Nomesia, che da vent’anni realizza campagne di visibilità e rilevanza online.

 

2 – “La SEO è un bradipo”

Però, chi va piano va sano e va lontano!

La SEO non è la sola attività che porta traffico, e, certamente, nemmeno l’unica su cui valga la pena investire. Ci sono paid search, social network, dem e così via, che a differenza della SEO portano risultati nell’immediato e consentono di determinare rapidamente il ritorno sull’investimento.

Un’attività SEO fatta oggi potrebbe non mostrare risultati per diversi mesi, o almeno finché Google non effettua un aggiornamento. Una risposta lenta che riduce non di poco il fascino della Search Engine Optimization.

Ma – c’è un ma – bisogna fare i conti con il fenomeno chiamato banner blindness: gli utenti si fidano sempre più dei risultati organici e sempre meno degli spazi pubblicitari. I contenuti che si posizionano in modo “naturale” in cima alla Serp sono percepiti come una fonte credibile e convertono di più.

C’è poi un altro aspetto da non dimenticare: i risultati di una buona strategia SEO, nonostante possano farsi aspettare un po’ di tempo, resistono inalterati a lungo. Discorso contrario per l’advertising: quando viene interrotta la campagna, il traffico cola a picco, tornando ai livelli di partenza.

 

3 – “La regola 80/20”

Meglio investire oggi o domani?

Molte aziende formano i dipendenti con le nozioni basiche di ottimizzazione per i motori di ricerca, in modo che possano svolgere efficacemente il lavoro senza “esternalizzarlo” ad un’agenzia SEO. Gli sviluppatori interni conosceranno la SEO tecnica, copywriter e content team saranno “addestrati” sugli aspetti editoriali della SEO, e così via. Ci saranno persone che fanno SEO, ma che non sono specializzate in SEO. Seguendo la regola 80/20, queste risorse saranno in grado di fare l’80% del lavoro: contenuti ottimizzati, ricerca parole chiave, meta tag, link interni ed esterni. Tutto fantastico, finché qualcosa va storto e serve qualcuno che faccia il lavoro sporco, cioè il restante 20%. Molte aziende non capiscono la necessità di una risorsa capace di fare la parte più difficile, dal momento che vedono quell’80% funzionare in modo adeguato.

Un altro punto va tenuto in considerazione. Google apporta continuamente modifiche al suo algoritmo: alcune minori, che passano praticamente inosservate, altre che invece hanno un notevole impatto sulle dinamiche di posizionamento. Intercettare e comprendere a fondo i principali aggiornamenti di Big G è difficile, dal momento che qualsiasi modifica viene visualizzata soltanto ad aggiornamento avvenuto. Senza la competenza di una risorsa specializzata – capace di gestire e aggiornare le pagine web in base alle correnti best practice, senza che gli aggiornamenti di Google impattino negativamente sulle performance del sito – non resta che cercare aiuto esterno, ma ovviamente passa parecchio tempo prima di metterci effettivamente una pezza. E il risparmio economico non è affatto garantito.

 

La soluzione: know how e networking

Un SEO specialist, che conosce gli aggiornamenti, le best practices e le prospettive future della ricerca, gestisce i cambiamenti dell’algoritmo man mano che questi si affacciano sulla scena. Ha buoni contatti nel settore con colleghi che lavorano in altre aziende o agenzie, con cui fa brainstorming e aggiornamento reciproco. Non tutti, tra i nuovi professionisti, hanno però il vantaggio di questa “rete” e, per vedere subito i risultati, tendono a privilegiare attività di ricerca a pagamento e social network.

È facile puntare su strategie rapide ed economiche. Ma se queste vanno contro i termini di servizio di Google e finiscono col danneggiare il sito, la ricerca e l’ingaggio di esperti per risolvere i problemi richiede molto più dispendio di tempo e denaro che pagare da principio un’agenzia SEO per curare la manutenzione, l’aggiornamento e la crescita del progetto. La scelta riguardo al SEO specialist, dunque, è sempre e solo questa: pagarlo adesso o pagarlo dopo.

Ogni progetto di posizionamento e visibilità su Google è destinato ad atrofizzarsi se non viene aggiornato con cura seguendo le più recenti best practices. Non è affatto un male che le risorse aziendali interne conoscano le nozioni SEO di base, ma ci sarà sempre bisogno di qualcuno per guidarle.