senso del pericolo

Ad essere trasmessi geneticamente alle generazioni future non è soltanto ciò che concerne la biologia dell’organismo, ma anche altri parametri come il senso del pericolo. Questo è ciò che emerge da una nuova ricerca dell’Università di Princeton, condotta da Rebecca Moore, Rachel Kaletsky e Coleen Murphy, sul verme Caenorhabditis elegans. Questo particolare verme è molto apprezzato e studiato dai genetisti di tutto il mondo, per lo studio della biologia dello sviluppo e dell’apoptosi. Si tratta di un nematode fasmidario, di circa 1 mm di lunghezza, che vive nel suolo in regioni temperate. C. elegans presenta un numero ben definito (e costante) di cellule.

L’ermafrodita ne ha esattamente 959, di cui 302 di sono cellule nervose, tutte visibili al microscopio ottico. Presenta inoltre un genoma non troppo vasto, sono stati infatti individuati circa 19.000 geni. Il C. elegans è un organismo molto piccolo e maneggevole, ma sufficientemente grande da permettere l’osservazione al microscopio ottico dei suoi organi interni (grazie alla sua trasparenza) e della sua embriogenesi. È un organismo facile da allevare e molto resistente. Ha larga disponibilità di mutanti e pochi cromosomi. Queste sono tutte le caratteristiche lo hanno reso un organismo modello, molto usato, nonostante la sua distanza filogenetica dai vertebrati.

 

C. Elegans trasmette il senso del pericolo alle generazioni successive

Studiando questo particolare nematode, i ricercatori hanno osservato la sua capacità di trasmettere alle successive generazioni (fino a 4), le informazioni genetiche relative ai rischi per la sopravvivenza dell’animale. Nello studio si sono in particolare concentrati sugli effetti che diverse fonti di stress inducevano sui nematodi. Tra i fattori “stressanti” sono stati considerati le temperature elevate e le infezioni batteriche.

Studiando questi aspetti i ricercatori hanno notato che tali fattori sono in grado di modificare l’attività di alcuni geni, attraverso un processo conosciuto come epigenetica. E come spiega Murphy: “quando queste modifiche riguardano le cellule germinali, allora possono essere trasmesse da una generazione all’altra. Ad esempio, i vermi sono inizialmente attratti da alcuni batteri che utilizzano come fonti di nutrimento, come lo Pseudomonas aeruginosa, che è però pericoloso alle alte temperature. Se scatenano un’infezione, imparano invece ad evitarli in modo selettivo, per non rischiare di morire. E questa caratteristica può essere trasmessa anche alle successive generazioni, che evitano il batterio pur non avendolo mai incontrato nella loro vita”.