Quanto spesso a tavola ci preoccupiamo di quello che mangiamo? Di quanto quello che è nel nostro piatto sia salutare o meno per il nostro organismo? Magari spesso ci preoccupiamo di noi stessi e della nostra salute, ma in alcuni casi bisognerebbe chiedersi anche quanto alcuni dei cibi che consumiamo impattino sull’ambiente ed in che modo. A trattare questo argomento, nello specifico del salmone come alimento, è un docufilm prodotto da Yvon Chouinard, fondatore del marchio Patagonia. Nel documentario viene raccontato il modo in cui vivai ed allevamenti di salmone impattino sull’ambiente devastando gli habitat, contribuendo a mettere a rischio il salmone come specie in natura.

 

Artifishal: ecco ciò che sono gli allevamenti di salmone

Il documentario, dal titolo Artifishal, è prodotto dalla Liars&Thieves ed inizia il suo viaggio dai vivai della West Coast Statunitense. Questi vivai sono nati con lo scopo di ripopolare i laghi ed i fiumi in cui il salmone stava scomparendo a causa della costruzione di diverse dighe e manufatti artificiali.

Ma non è sempre questo l’obiettivo, molti allevamenti di salmone esistono infatti per fornire pesce per la pesca sportiva. Certo è un piacere pescare da soli la propria cena, ma a che prezzo? Considerando soprattutto che i salmoni che vengono rilasciati dagli allevamenti, o che fuggono da essi, sono individui più deboli di quelli selvatici che incidono negativamente sul patrimonio genetico della specie, riproducendosi con quelli selvatici. Il risultato è stato un indebolimento della specie che ha condotto ad una drastica diminuzione del numero di individui all’interno delle popolazioni selvatiche.

 

L’impatto che i vivai hanno sull’ambiente

Ovviamente la diminuzione degli individui di una specie, ha ripercussioni sull’intero ecosistema, alterando il perfetto equilibrio naturale. Ad esempio a causa della diminuzione dei salmoni, si è ridotto del 70% il numero di orche che era solito attraversare la baia di Seattle, in quanto il salmone è uno degli elementi che compone la loro dieta.

Il documentario presenta quindi il risvolto negativo degli allevamenti di salmone, ciò che essi significano per l’ambiente e come rappresentanza della superbia e della presunzione dell’essere umano, nel suo pensiero di poter piegare la natura alla sua volontà ed al suo bisogno.

D’altra parte invece il documentario mostra come la natura, lasciata al suo perfetto ordine, riesca a mantenersi in equilibrio. Nei fiumi che sono stati lasciati “ a loro stessi”, le popolazioni di salmone sono infatti aumentate. Ma l’uomo si sente superiore ad essa, un atteggiamento che sta portando alla perdita di specie e biodiversità e che inevitabilmente ci si ritorcerà contro.

 

A rischio anche la nostra salute

Anche il salmone Atlantico è a forte rischio per lo stesso motivo. Su di esso infatti gravano gli allevamenti di salmone intensivi della Scozia, dell’Irlanda, dell’Islanda e della Norvegia. Anche qui i salmoni che sfuggono dai vivai e raggiungono il mare, indeboliscono il DNA della specie selvatica. Inoltre gli effluvi e le deiezioni rilasciate dagli allevamenti, inquinano l’ambiente, distruggendo i fondali ed interi habitat. Come se non bastasse, a questo si aggiunge l’intensivo uso degli antibiotici che, oltre ad essere pericolosi per gli ecosistemi, finiscono inevitabilmente nel nostro piatto.

Come se ciò non bastasse, molti dei salmoni che sono in allevamento, e che poi finiscono sulle nostre tavole, sono malati, con ferite rimarginate e micosi, oppure nati con problemi genetici.

 

La lotta contro gli allevamenti di salmone

A lottare per la sopravvivenza del salmone selvatico è anche Fridleifur Gudmundsson, presidente di NASF, una Ong che lotta per la sopravvivenza dei salmoni. Gudmundsson ha affermato che “nel Nord dell’Altantico non ci sono più salmoni, ne sono rimasti solo 3 milioni. Tutti i salmoni che compriamo provengono dagli allevamenti, ma sono gli allevamenti che stanno distruggendo le popolazioni di salmoni selvaggi. La soluzione che promuoviamo è quella di allevamenti a vasche chiuse: nessun salmone di allevamento deve uscire in mare aperto. Le vasche chiuse costano di più agli allevatori, ma consentono di avere una produzione migliore, proteggono i pesci dal “sea lice” un pidocchio di mare che arriva dal mare aperto e permetterebbero di depurare le acque reflue invece di farle disperdere in mare”.

Secondo Andrea Miccoli, ricercatore e professore di Biotecnologie Animali presso l’Università della Tuscia di Viterbo, una soluzione potrebbe essere quella di consumare meno salmone, in modo da ridurre la domanda di questo pesce e diminuirne l’allevamento intensivo.

Sarebbero da prediligere cibi più sostenibili per l’ambiente e possibilmente a chilometro zero. “Quindi riguardo al salmone non credo che consumarne così tanto in Italia sia sostenibile. L’acquacoltura del salmone così come è fatta al momento non è sostenibile ma ci sono soluzioni per allevare salmoni che risolvono molti dei problemi, per esempio quella di adottare sistemi chiusi, o sistemi integrati di acquacoltura. Allevamenti più sostenibili non provocano danni così grandi come quelli mostrati dal documentario, e in più, esistono centinaia di specie allevate in modo più sostenibile, queste sono le parole che Miccoli ha rilasciato a seguito della visione del documentario.