tsunami

La variazione della rigidità della roccia, un parametro mai finora approfondito in dettaglio, è il fattore principale che spiega alcune caratteristiche osservate nei grandi tsunami. Un team di scienziati dell’Istituto CSIC di scienze marine in Spagna ha recentemente pubblicato un articolo scientifico su Nature che spiega come la variazione della rigidità delle rocce dovrebbe essere esplorata e incorporata nella stima del rischio associata a terremoti e tsunami.

Secondo gli scienziati, le variazioni di rigidità consentono la risoluzione di paradossi inspiegabili, come la discrepanza tra il movimento sismico moderato in superficie e l’ampia gamma di tsunami che ha dato origine a numerosi terremoti storici.

In una dichiarazione, Valentí Sallarès, autore principale dell’articolo, ha rivelato che questa ricerca mostra che le differenze tra il comportamento dei terremoti profondi e quelli superficiali “non sono dovute a variazioni locali nel meccanismo fisico che li produce, ma a cambiamenti sistematici nella rigidità delle rocce che frattura e deformazione durante la rottura sismica”.

I terremoti superficiali si propagano più lentamente, durano più a lungo, hanno un maggiore slittamento e causano una maggiore deformazione del fondo oceanico rispetto a terremoti profondi di uguale entità. Tuttavia, generano vibrazioni sismiche meno pronunciate sulla superficie.

È per questa ragione che gli scienziati spesso ammettono che il rischio di questi terremoti è sottovalutato, in particolare la loro capacità di generare tsunami.

 

Movimento sismico

Gli autori dell’articolo scientifico hanno analizzato le immagini sismiche del sottosuolo e le hanno combinate con modelli tomografici per inferire le proprietà delle rocce a diverse profondità e nelle zone di subduzione di tutto il mondo.

I risultati mostrano che la rigidità delle rocce appoggiate sul cedimento della piastra aumenta sistematicamente con la profondità, seguendo una tendenza universale e ben definita. Questa tendenza spiega le differenze tra terremoti superficiali e profondi che, a loro volta, ci consentono di prevedere con precisione la velocità di propagazione e la durata della rottura sismica, la quantità di cedimento di scorrimento, i cambiamenti nell’ampiezza delle vibrazioni sismiche generate o le differenze di grandezza.

Questo è il primo modello per prevedere alcune caratteristiche del terremoto in base alla profondità del suo ipocentro che, secondo Sallarès, è “la chiave per stimare con precisione il suo potenziale tsunamenico“.