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Le prove della vita su altri pianeti potrebbero già essere “disponibili”, ma potremmo non essercene ancora resi conto, sostiene un filosofo scientifico. La grande domanda “siamo soli nell’universo?” è una questione su cui generazioni di scienziati, scrittori e filosofi si sono interrogati e decine di missioni spaziali sono state intraprese al fine di cercare vita al di fuori della Terra e pile di libri sono state scritte sull’argomento.

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Il dottor Peter Vickers, docente presso l’Università di Durham, afferma che gli scienziati devono avere una mentalità il più possibile aperta quando cercano risposte alla fatidica domanda. Egli afferma che il pensiero convenzionale o qualsiasi idea precostituita sull’argomento siano a volte da accantonare, poiché potrebbero farci perdere l’occasione di effettuare scoperte importanti. “Molte scoperte avvengono per caso, dalla scoperta della penicillina alla quella delle radiazioni cosmiche derivanti dal Big Bang“, ha detto Vickers. “Queste sono molto spesso frutto di un colpo di fortuna da parte dei ricercatori e quando si tratta di vita aliena un approccio ordinario potrebbe non essere sufficiente“.

 

Scoprire tracce di vita organica extraterrestre è ormai il perno attorno al quale ruota l’intera ricerca spaziale contemporanea

Una delle tecniche che gli scienziati possono usare nel tentativo di identificare la vita aliena è quella di cercare tracce di vita organica, ovvero qualsiasi elemento che fornisca prove scientifiche della presenza, anche passata, della vita; potrebbe trattarsi di un isotopo o di una molecola. “Negli ultimi anni abbiamo assistito a grandi cambiamenti circa le nostre teorie su ciò che consideriamo come traccia di vita, soprattutto riguardo a quali pianeti potrebbero essere abitabili; ulteriori cambiamenti di prospettiva sono inevitabili“, ha continuato il dottor Vickers.

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Studiare l’universo con un’ottica più distaccata rispetto al metodo tradizionale non solo è uno sforzo intellettuale legittimo, ma potrebbe rivelarsi una mossa decisiva“, afferma Vickers. Ci sono molti mondi nell’universo, quindi la possibilità che le specie aliene si siano evoluto a partire dallo stadio microbico è estremamente alta, affermano gli astronomi. Una delle immagini più famose del telescopio spaziale Hubble rappresenta quasi 10.000 galassie, solo in una piccola regione del cielo notturno chiamata “Hubble Ultra Deep Field“. In ciascuna delle galassie si stima siano presenti circa 100 milioni di stelle e ogni stella, si pensa, “illumina” almeno un pianeta.

 

Le più grandi scoperte sono molto spesso frutto di un colpo di fortuna o di un radicale cambio di angolo visuale, sostiene il dottor Vickers

Le agenzie spaziali stanno lanciando strumenti sempre più sensibili per la corsa alla ricerca di esopianeti e vita aliena. Solo quest’anno sono in corso quattro missioni con destinazione Marte e tre di esse hanno come obiettivo primario proprio l’individuazione di tracce di vita sul Pianeta rosso. Sono inoltre in programma missioni per studiare le lune dei giganti gassosi come Giove e Saturno. L’Agenzia Spaziale Europea ha lanciato il suo satellite Cheops a caccia di pianeti abitabili e la NASA ha lanciato la sonda TESS nel 2018. Con la scoperta di oltre 3.500 esopianeti, con la media di un nuovo pianeta scoperto ogni giorno, la ricerca della vita ha iniziato a concentrarsi proprio nel nostro sistema solare.

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Il dottor Vickers afferma che gli scienziati devono prendere in considerazione un approccio più ampio alla ricerca. “Nella ricerca della vita extraterrestre, gli scienziati devono essere mentalmente molto più aperti e flessibili“, ha dichiarato. “Ciò significa che non deve essere trascurato un legittimo interesse verso idee e tecniche non convenzionali. È infatti fin troppo facile immaginare uno scenario in cui gli scienziati non ricontrollino un obiettivo considerato momentaneamente privo di interesse scientifico; tuttavia, la sua reale importanza verrebbe riconosciuta attraverso un’analisi più approfondita o con un approccio teorico non ordinario“.