Per tutti i ricercatori che si occupano di scienze planetarie, Vesta è un corpo celeste davvero speciale. Questo perché questo asteroide, assomiglia più ad un vero e proprio protopianeta. Rispetto a molti altri oggetti del nostro sistema planetario infatti, Vesta presenta una stratificazione molto simile a quella dei pianeti rocciosi come la nostra Terra, ovvero ha un nucleo, un mantello ed una crosta.

Ad identificarlo per la prima volta fu nel 2011 la NASA con la sua missione Dawn. E da allora molti ricercatori si sono dedicati alla sua osservazione e ad approfondire le conoscenze su questo particolare asteroide. Grazie infatti alle osservazioni della sonda NASA, si è scoperto che la storia geologica di questa roccia spaziale era, non solo diversa dalle altre, ma anche molto più complessa.

 

Un asteroide che si crede un pianeta

Su questa affascinante storia, si sono concentrati i ricercatori della Curtin University in Australia, che hanno integrato le osservazioni della NASA con l’analisi di alcuni campioni di roccia ritrovati in Antartide e che si ritiene provengano dallo spazio e proprio dal corpo di Vesta. Conosciute come meteoriti Hed.

Il primo autore dell’articolo pubblicato su Geochimica et Cosmochimica Acta, Fred Jourdan della Curtin University, ha spiegato l’importanza di studiare Vesta in quanto, grazie al suo ridotto diametro (circa 525 km), “è in un certo senso è un baby pianeta e questo lo rende più facile da comprendere rispetto, per esempio, a un pianeta roccioso più grande e pienamente sviluppato”.

 

La lunga attività vulcanica di Vesta

Analizzando le meteoriti Hed, i ricercatori sono stati in grado di risalire all’epoca in cui furono prodotti e anche a ricostruire parte della storia evolutiva dell’asteroide. Sembra infatti che la crosta di Vesta abbia vissuto un periodo di attività vulcanica per almeno 30 milioni di anni, subito dopo la sua formazione avvenuta 4.565.000.000 di anni fa.

Inoltre i ricercatori, secondo le analisi, ritengono che sull’asteroide Vesta vi siano ancora presenti delle sacche di magma, dovute ad un oceano di magma a lento raffreddamento nella crosta.

I frammenti di meteorite, che conservano nel loro cuore interno parti dell’asteroide, protette da un conglomerato di macerie, hanno dunque permesso di raccogliere dati sui primi 50 milioni di anni dell’asteroide pianeta.

Si tratta dunque di dati molto importanti, che potrebbero farci osservare sotto una nuova luce anche le nostre ipotesi sulla formazione della Terra e su ciò che accadde nei primi milioni di anni della sua vita.