Grazie ad un nuovo studio ora sappiamo che alcuni tipi di batteri terrestri possono sopravvivere nello spazio anche per anni. A scoprirlo è stata la missione giapponese denominata Tanpopo (dente di leone), condotta da Akihiko Yamagishi, il quale, assime al suo team, ha inviato dei pellet di Deinococcus sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Deinococcus: l’Highlander dei batteri

Il Deinococco è un tipo di batterio altamente resistente alle radiazioni e ad altri rischi ambientali ed è infatti riuscito a sopravvivere all’esterno della ISS per tre anni. I batteri sono stati esposti in pellet essiccati, posti in lastre di alluminio che sono poi state collocate nei pannelli di esposizione all’esterno della ISS.

Il batterio Deinococcus era già conosciuto per le sue straordinarie capacità di sopravvivenza, tanto da guadagnarsi il soprannome di Conan. È in grado di sopravvivere al freddo, alla disidratazione e all’acido ed è la forma di vita più resistente ai raggi del sole nel Guinness dei primati. Resiste infatti ad una quantità di radiazioni pari a 3000 volte quella che ucciderebbe un essere umano.

Scopo della missione Tanpopo è quello di testare la panspermia, ovvero la capacità dei microbi di passare da un pianeta all’altro portando vita. A questo proposito Yamagishi ed il suo team, conoscendo la capacità di questo batterio di resistere ai raggi ultravioletti, hanno iniziato a chiedersi se fosse in grado di sopravvivere nello spazio e persino nei viaggi interplanetari. Hanno quindi inviato sulla ISS i campioni di batteri, in pellet di diverso spessore inclusi in lastre di alluminio. I batteri sono poi stati analizzati dopo uno, due e tre anni.

 

Le colonie di batteri sopravvivono per anni nello spazio

Dall’analisi di questi dati raccolti nel corso degli anni, i ricercatori hanno stabilito che la capacità di sopravvivenza delle colonie di deinococco, dipendeva dallo spessore della stessa. Le colonie con uno spessore maggiore di 0,5 millimetri erano in grado di sopravvivere parzialmente, subendo danni al DNA. Sebbene i batteri sulla superficie della colonia siano morti, quelli più all’interno erano sopravvissuti. Sulla base delle stime i ricercatori ritengono che i pellet di batteri più spessi di 0,5 millimetri potrebbero sopravvivere tra i 15 ei 45 anni al di fuori della stazione spaziale nell’orbita terrestre bassa. Come affermato da Yamagishi , “questi risultati supportano la possibilità dei pellet di batteri come arca per il trasferimento interplanetario di microbi entro diversi anni”.

I batteri testati invece all’interno della stazione spaziale non hanno ottenuto invece gli stessi buoni risultati. I ricercatori hanno infatti scoperto che l’ossigeno e l’umidità si sono rivelati dannosi per i batteri.

Alla luce di queste nuove scoperte, Yamagashi ritiene che “è molto importante cercare la vita su Marte prima delle missioni umane su Marte”. I batteri terrestri infatti, potrebbero indurre dei falsi positivi nella ricerca di vita extraterrestre o, peggio ancora, potrebbero contaminare il Pianeta Rosso. Proprio per questo motivo, il Rover Perseverance della NASA, prossimo al suo arrivo sul Pianeta Rosso, è stato pulito e disinfettato scrupolosamente durante l’assemblaggio.

 

Alla ricerca della vita nello spazio

Il prossimo passo della ricerca di Yamagashi sulla sopravvivenza dei batteri nello spazio, sarà quello di condurre ulteriori esperimenti di esposizione sul Lunar Gateway della NASA.

Yamagashi ritiene che “l’origine della vita sulla Terra è il più grande mistero degli esseri umani e gli scienziati hanno punti di vista totalmente diversi sulla questione. Alcuni pensano che la vita sia molto rara e sia accaduta solo una volta nell’Universo, mentre altri pensano che la vita possa nascere su ogni pianeta adatto. Se la panspermia è possibile, è molto più probabile che ci sia vita nello spazio, più probabile di quanto pensassimo in precedenza”.