enzimi mangia plastica

Da un batterio che vive nell’immondizia e che si nutre di plastica decomponendola, è stato isolato un secondo enzima mangia plastica che è stato combinato con il già noto enzima PETasi nel tentativo di accelerare di 6 volte la decomposizione della plastica.

 

Un enzima mangia plastica già noto

La plastica delle bottiglie d’acqua, il PET (polietilene tereftalato) viene scomposto dall’enzima PETasi nei suoi componenti costitutivi. In questo modo si può riciclarlo all’infinito e ridurre l’inquinamento da plastica che crea danni ambientali non di poco conto. Questo enzima è infatti in grado di accorciare il tempo che il PET impiega per degradarsi nell’ambiente, portandolo da centinaia di anni a giorni.

In un nuovo studio, lo stesso team che ha eseguito le prime ricerche su questo enzima, guidato dal professor John McGeehan, direttore del Center for Enzyme Innovation (CEI) dell’Università di Portsmouth, e il dottor Gregg Beckham, Senior Research Fellow presso il National Renewable Energy Laboratory (NREL ), ha combinato la PETasi con un secondo enzima chiamato MHETasi, per migliorare il processo.

 

Una combinazione superpotente

Come risultato i ricercatori hanno ottenuto un raddoppiamento della velocità di rottura del PET. Il prossimo passo sarà quello di progettare un “superenzima”, che sia in grado di aumentare la velocità di decomposizione della plastica di altre tre volte.

Secondo i ricercatori, combinare la PETasi con un secondo enzima mangia plastica e scoprire che insieme funzionano ancora più velocemente, ha significato compiere un altro balzo in avanti verso la ricerca di una soluzione ai rifiuti in plastica.

Come la PETasi, anche la nuova combinazione MHETasi-PETasi funziona scomponendo la plastica nei suoi elementi costitutivi originali. Questo consente di riutilizzare la plastica all’infinito, riducendo la nostra dipendenza da risorse fossili come petrolio e gas.

La nuova ricerca ha combinato approcci strutturali, computazionali, biochimici e bioinformatici. Lo studio è stato un enorme sforzo di squadra che ha coinvolto molti scienziati.

Immagini: Foto di A_Different_Perspective da Pixabay