denisoviani

Un team di archeologi e ricercatori ha portato alla luce numerosi resti di Denisoviani, gli antichi e misteriosi antenati dell’essere umano moderno, cugini dei Neanderthal. La scoperta è avvenuta all’interno di una grotta sacra ai buddisti in Tibet. Tra i reperti vi sono numerosi strumenti di pietra, ossa di animali e tracce di DNA di questo antenato dell’Homo sapiens.

 

I Denisoviani, antichi ominidi asiatici

Il DNA dei Denisoviani è ancora oggi presente nel patrimonio genetico degli aborigeni australiani, a cui ha contribuito per un 5%. Ma ad oggi non siamo ancora in possesso di un fossile completo di uno di questi ominidi, ma solo di frammenti ossei tra cui dita e mascelle.

Dei Denisoviani sappiamo che vissero in Asia tra i 45.000 ed i 400.000 anni fa, spesso in ambienti molto freddi ad elevate altitudini, proprio come questa fredda grotta in Tibet in cui i ricercatori potevano lavorare soltanto per poche ore al giorno a temperature sotto lo zero. Sappiamo inoltre che incontrarono gli Homo sapiens, prima di sparire senza lasciare nessuna traccia.

 

Gli scvi ed il ritrovamento nella grotta sacra congelata

I ricercatori erano entrati in possesso di un frammento di mascella di uno di questi ominidi, rinvenuto nella grotta. Ma allora non vi erano prove genetica dell’appartenenza del fossile ad un Denisoviano. Ora in questa nuova ricerca, pubblicata su Science, il team è riuscito ad ottenere la prova genetica che conferma si trattasse di un Denisoviano. Il professore associato della Macquarie University, Kira Westaway è infatti riuscito a trovare nella terra della grotta, le tracce genetiche del DNA dei Denisoviani.

Il frammento di mandibola è stato datato oltre 160.000 anni ed è stato scoperto nella grotta carsica di Baishiya, alla base di quella che un tempo fu una scogliera e che ora si trova a 3280 metri sul livello del mare. Attualmente la grotta è un santuario per i monaci buddisti, che hanno permesso ai ricercatori di entrarvi per condurre le loro ricerche solo per pochi giorni all’anno e di notte, in pieno inverno, quando la temperatura arriva fino a -18 °C.

I ricercatori, all’inizio del 2020, hanno rinvenuto, nel pavimento ghiacciato della grotta, i resti di centinaia di ossa di animali, tra cui gazzelle, volpi e rinoceronti macellati. Inoltre sono stati rinvenuti numerosi strumenti di pietra, rozzamente realizzati. Ma all’interno della grotta non sono ancora stati trovati fossili umani.

 

La pesca del DNA dei Denisoviani

Ma i ricercatori non si sono lasciati abbattere e, con una nuova tecnica, sono andati alla ricerca delle tracce di DNA che gli uomini rilasciano ovunque vadano, nella saliva, nelle scaglie di pelle e nelle feci. Inoltre nel terreno ghiacciato parte del DNA può sopravvivere per millenni.

Grazie a questa nuova tecnica, soprannominata la “pesca del DNA”, i ricercatori sono riusciti a estrarre il DNA denisoviano da quattro strati di sedimenti datati tra 45.000 e 100.000 anni fa.

 

La lunga e complicata storia dell’uomo

Questo studio dunque si aggiunge ai molti altri che mostrano come il nostro albero genealogico abbia molti rami, alcuni dei quali si ripiegano su se stessi e si mescolano. Gli Homo sapiens, ovvero i moderni esseri umani, lasciarono l’Africa forse 200.000 anni fa. Si spostarono poi in un mondo in cui erano già presenti altre specie di esseri umani, come i Neanderthal, i Denisoviani o l’Homo floresiensis, un ominide simile a uno hobbit i cui fossili sono stati scoperti in Indonesia.

La ricerca genetica ha permesso agli scienziati di scoprire che i geni di questi ominidi ancora esistono nel patrimonio genetico dell’uomo moderno. Ad esempio i tibetani moderni, presentano ne loro DNA, un gene che gli permetti di adattarsi alla vita ad alta quota.

Come infatti spiega il professor Bo Li, dell’Università di Wollongong, “quando la nostra specie è uscita dall’Africa, sulla strada per trasferirsi in Australia, abbiamo incontrato i Denisoviani da qualche parte in Asia, ci siamo incrociati con loro e abbiamo portato con noi alcune delle loro informazioni genetiche”.

Ph. Credit: DONGJU ZHANG / LANZHOU UNIVERSITY