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Ricostruzione artistica di una caccia alla vigogna a Wilamaya Patjxa. Credito immagine: © Matthew Verdolivo (UC Davis IET Academic Technology Services).

Secondo una nuova ricerca, basata sul ritrovamento di resti fossili, nelle antiche Americhe le prime donne erano delle abili cacciatrici, in grado di cacciare quanto gli uomini. Questo è ciò che emerge dal ritrovamento di una sepoltura di 9.000 anni fa appartenente ad una donna che si è rivelata essere una cacciatrice, confrontata con le sepolture di altri cacciatori dello stesso periodo.

Randy Haas, assistente professore di antropologia all’Università della California, Davis e autore principale di questo studio, ritiene dunque che “questi risultati sottolineano in qualche modo l’idea che i ruoli di genere che diamo per scontati nella società odierna, o che molti danno per scontato, potrebbero non essere così naturali come alcuni potrebbero aver pensato”.

 

I cacciatori sepolti in Sud America

Questa sepoltura è stata scoperta da Haas nel 2018 nel sito, che divenne noto come Wilamaya Patjxa, assieme ad altre 5 sepolture, a cui poi se ne sono aggiunte altre nel 2019, tutte più o meno risalenti a 9.000 anni fa. Delle 6 sepolture iniziali, due di esse appartenevano sicuramente a dei cacciatori, dato che contenevano al loro interno numerosi strumenti da caccia.

Ma una di queste tombe di cacciatori si è rivelata essere molto particolare. Al suo interno conteneva un ricchissimo corredo di strumenti e attrezzi da caccia con punte e scaglie. La sepoltura apparteneva ad un cacciatore-raccoglitore che, sulla base dell’esame dello sviluppo dei denti, morì tra i 17 ed i 19 anni.

 

La scoperta che uno di essi era una donna

Solo in seguito James Watson, professore associato di antropologia all’Università dell’Arizona e coautore dello studio, suggerì che lo scheletro di questa tomba probabilmente non apparteneva ad un uomo. Esaminando le ossa Watson ha infatti notato che erano più piccole rispetto ad altre trovate nella regione, e che dunque lo scheletro poteva appartenere ad una donna. In seguito infatti un’analisi dettagliata delle proteine nei denti ha confermato che si trattava dello scheletro di una donna.

Haas ed il suo team, per capire se le donne cacciatrici fossero parte di un modello comportamentale più ampio tra gli antichi americani, hanno setacciato la letteratura scientifica alla ricerca di rapporti di altre sepolture di cacciatori-raccoglitori del tardo Pleistocene e del primo Olocene.

 

La cacciatrice di Wilamaya Patjxa non era l’unica

Nella loro indagine, i ricercatori hanno identificato 429 scheletri da 107 antichi siti di sepoltura in tutte le Americhe. Ventisette di questi individui furono sepolti con strumenti di caccia adatti per la selvaggina di grandi dimensioni. Si trattava di 11 femmine e 15 maschi. Grazie anche ad altre indagini, il team ha dunque stabilito che tra il 30% e il 50% dei cacciatori in queste popolazioni erano donne.

Per Kathleen Sterling, professoressa associata di antropologia presso la Binghamton University di New York, esterna allo studio, “questa ricerca dovrebbe aiutare a convincere le persone che le donne partecipavano alle battute di caccia.”

Inoltre i metodi usati per cacciare e le dimensioni dei gruppi sociali in quell’era, che escludendo bambini e ragazzi, più idonei a guidare le mandrie sulle scogliere o nelle trappole, rendevano necessaria la partecipazione anche delle donne nella caccia. Probabilmente l’età era dunque più importante del genere quando si trattava di scegliere chi cacciava in queste società.

Sterling però afferma anche che anche se un individuo viene sepolto con strumenti di caccia, non significa necessariamente che si tratti di un cacciatore, ma con certezza indica solo che la loro società ha ritenuto appropriato seppellirli assieme a quegli oggetti . In genere però, quando si trovano strumenti da caccia nelle sepolture degli uomini, si presume che siano cacciatori. Quindi “dovremmo formulare la stessa ipotesi per gli strumenti di caccia sepolti con le donne a meno che non ci siano buone ragioni per dire il contrario”.

Ph. Credit: Matthew VerdolivoUC Davis IET Academic Technology Services