Gruppo sanguigno

Un ampio studio porta nuove prove del fatto che le persone con gruppo sanguigno O o Rh-negativo possono correre un rischio leggermente minore di contrarre il coronavirus. Secondo quanto hanno riferito i ricercatori alla rivista Annals of Internal Medicine, tra i 225556 canadesi che hanno effettuato il test, il rischio di diagnosi di Covid-19 era inferiore del 12% e il rischio di contrarre una forma grave o mortale era inferiore del 13% nelle persone con gruppo sanguigno O rispetto a quelle con gruppo A, AB o B.

 

Le ultime scoperte su gruppo sanguigno e vitamina D potrebbero essere cruciali

Anche le persone con fattore Rh negativo erano in qualche modo protette, specialmente se avevano gruppo sanguigno O negativo. Secondo il Dr. Joel Ray del St. Michael’s Hospital di Toronto, coautore dello studio, queste persone potrebbero aver sviluppato anticorpi in grado di riconoscere alcuni aspetti del coronavirus. Il Dr. Ray aggiunge che il prossimo studio esaminerà in modo specifico tali anticorpi, e se essi spiegano l’effetto protettivo. Non è ancora chiaro se e come queste informazioni possano influenzare la prevenzione o il trattamento del Covid-19.

Per contro, i ricercatori hanno associato un basso livello di vitamina D a un rischio più elevato di contrarre una forma grave del virus, ma un alto livello di vitamina D non risolve il problema. Secondo quanto affermano alcuni medici brasiliani, l’aumento dei livelli di vitamina D in pazienti gravemente malati non ha ridotto la loro permanenza in ospedale né abbassato le loro probabilità di essere trasferiti in terapia intensiva, di aver bisogno di ventilazione meccanica o di morire.

I medici hanno somministrato casualmente a 240 pazienti ospedalizzati con una forma grave di Covid-19 una singola dose elevata di vitamina D3 o un placebo. Solo il 6,7% dei pazienti del gruppo che ha assunto la vitamina D aveva livelli “carenti” del nutriente, rispetto al 51,5% dei pazienti del gruppo che aveva assunto il placebo, ma i risultati non mostrano alcuna differenza. Gli autori sostengono che si tratta del primo studio randomizzato di questo genere a dimostrare che l’integrazione di vitamina D è inefficace per migliorare la durata della degenza ospedaliera o qualsiasi altro risultato clinico tra i pazienti ospedalizzati affetti da Covid-19 in forma grave.

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