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In questo ultimo periodo, con il mondo invaso dal Sars-CoV-2, si è molto parlato di vitamine e nutrienti che che svolgono un ruolo nella funzione immunitaria. Gli integratori di vitamina D sono stati in alcuni casi somministrati come modo per prevenire o curare la COVID-19.

Diversi studi osservazionali, condotti recentemente, hanno infatti mostrato che coloro che sono naturalmente carenti di vitamina D, come le persone di colore, gli anziani e le persone in sovrappeso, presentavano anche un rischio maggiore di sviluppare forme gravi della COVID-19 se infettati dal Sars-CoV-2.

 

Un  uovo studio genetico suggerisce che gli integratori di vitamina D potrebbero essere inefficaci contro la COVID-19

Ma secondo quanto emerso da un nuovo studio genetico, pubblicato il 1 giugno sulla rivista PLOS Medicine e condotto dai ricercatori della McGill University del Quebec, sembrerebbe che la somministrazione di integratori di vitamina D, non sia efficace nel trattamento della COVID-19.

Nello studio i ricercatori hanno preso in esame le varianti genetiche legate all’aumento dei livelli di vitamina D. La presenza di una di queste varianti genetiche nel DNA infatti determina una maggiore probabilità di avere livelli di questa vitamina più elevati.

Nello specifico hanno analizzato i dati sulle varianti genetiche di circa 14.000 persone che avevano contratto la COVID-19 e li hanno confrontati con i dati genetici di oltre 1,2 milioni di persone che non erano affetti da questa malattia.

Dall’analisi dei dati è emerso che coloro che presentavano una di queste varianti genetiche, non presentavano un rischio inferiore di contrarre l’infezione da coronavirus, di ospedalizzazione o di forme acute e gravi della COVID-19.

Questo suggerisce che la somministrazione di integratori potrebbe essere inefficace nel ridurre il rischio di COVID-19. Ma per essere certi di questo, secondo alcuni esperti sono necessari ulteriori studi clinici.

 

I limiti di questo tipo di studi genetici: l’immunità innata

Alcuni scienziati hanno però mostrato alcune riserve nei confronti di questo tipo di studi genetici di randomizzazione mendeliana. Come spiega il dottor Martin Kohlmeier, professore di nutrizione presso la Gillings School of Global Public Health dell’Università della Carolina del Nord, questo studio e altri simili sono ben progettati e “tecnicamente eccellenti”, ma sono limitati dalle varianti genetiche prese in esame.

Secondo Kohlmeier infatti trovare “un gruppo di varianti genetiche che simulino ciò che pensiamo farebbe l’integrazione di vitamina D”, è una vera sfida. Questo importante pro-ormone infatti svolge un ruolo nell’immunità innata del corpo, che si occupa degli invasori del nostro sistema, come i virus, prima che il sistema immunitario possa generare gli anticorpi necessari. La risposta immunitaria innata si verifica immediatamente o entro poche ore dall’ingresso di un patogeno nel corpo.

Nel sangue, la vitamina D si trova essenzialmente in due forme, una legata ad una proteina e una libera. Ed è proprio la forma libera quella coinvolta nell’immunità innata. Ma, come spiega ancora Kohlmeier, le varianti genetiche utilizzate in questi studi sono principalmente legate alla proteina legante la vitamina D.

Dunque, anche se la presenza delle varianti che comportano maggiori probabilità di avere livelli più elevati di vitamina D, questa non necessariamente indica quanta ne sia presente in forma libera.

 

I diversi fattori che influenzano la vitamina D

Un altro studio, che esamina il legame tra vitamina D e COVID-19, condotto da Bonnie Patchen, dottoranda presso la Cornell University, ha condotto a risultati simili a quelli di questo nuovo studio. Ma anche Patchen ha sottolineato che questo tipo di analisi genetica presenta i suoi limiti.

Ad esmpio questo nuovo documento si basa su dati genetici di persone di origine europea, ed i risultati si sono mostrati coerenti per le persone di origine europea, anche tenendo conto di altri fattori che possono influenzare i livelli di vitamina D come l’indice di massa corporea (BMI) e l’età avanzata.

Ma, come afferma la stessa Patchen, “le associazioni erano meno coerenti negli individui di origine africana, suggerendo che potrebbe essere necessario condurre ulteriori ricerche per ottimizzare [questi strumenti genetici] per l’uso con popolazioni di origine non europea”.

Un’altra limitazione di questo tipo di analisi genetica è che esamina solo la variazione dei livelli di vitamina D determinata dalla genetica, non tenendo conto di quella assunta con la dieta o determinata da altri fattori come l’esposizione solare.

Inoltre Patchen ha affermato che “almeno altri due studi randomizzati, non mostrano alcun effetto della vitamina D ad alte dosi in pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19”. Uno di questi studi, effettuato in Brasile, prevedeva la somministrazione di alte dosi di vitamina D o di un placebo inattivo, ai pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19. I ricercatori hanno così scoperto che la somministrazione degli integratori non ha avuto alcun effetto sulla durata della degenza dei pazienti.

 

Somministrare la vitamina D dopo l’infezione potrebbe non essere efficace

I dati di questo studio, sono stati utilizzati dal Dr. David Meltzer, professore di medicina presso l’Università di Chicago. Con la loro ricerca, il dr. Meltzer e i suoi colleghi, hanno scoperto che per le persone con bassi livelli di vitamina D, la sua somministrazione non aveva effetto sull’esito della COVID-19.

Mentre per le persone con livelli elevati, a cui è stata somministrata vitamina D aggiuntiva, presentavano dei miglioramenti. È stata infatti registrata una minore probabilità di avere bisogno della ventilazione meccanica o della terapia intensiva.

Secondo Kohlmeier, questo potrebbe dipendere dal fatto che in questo studio, ai pazienti è stata somministrata vitamina D dopo essere arrivati in ospedale, ovvero in stadi già avanzati della malattia, il che potrebbe spiegare la mancanza del beneficio nella somministrazione degli integratori.

Kohlmeier ritiene infatti che “questo non affronta affatto la fase dell’immunità innata”. A causa del ruolo della vitamina D nella risposta immunitaria precoce a un virus, Kohlmeier ritiene che dovrebbero essere condotti studi randomizzati controllati su coloro che non si sono ancora ammalati.

Proprio per questo Meltzer sta reclutando persone per due nuovi studi clinici sulla vitamina D che implicano la somministrazione giornaliera di integratori di vitamina D alle persone prima che contraggano il la COVID-19 ed un successivo monitoraggio per determinare se e come cambia il rischio di contrarre l’infezione.

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