Alle 12:40 EST (18:40 italiane) dell'11 dicembre 2022, la navicella spaziale Orion della NASA per la missione Artemis I è precipitata nell'Oceano Pacifico dopo una missione di 25,5 giorni sulla Luna. Orion è stata recuperato dal team di atterraggio e recupero della NASA, dalla US Navy e dai partner del Dipartimento della Difesa a bordo della USS Portland. Ph. Credit: NASA/James M. Blair

La navicella spaziale Orion della NASA ha completato con successo uno splashdown assistito dal paracadute nell’Oceano Pacifico alle 9:40 PST, 12:40 EST (18:40 ora dell’Europa Centrale) come pietra miliare finale della missione Artemis I.

Con il perfetto ammaraggio di Orion dunque si conclude la missione Artemis I della NASA, il primo test integrato dei sistemi di esplorazione dello spazio profondo, la navicella spaziale Orion, il razzo SLS e i sistemi terrestri di supporto. E la prima di una serie di missioni sempre più complesse sulla Luna. Attraverso le missioni Artemis, infatti la NASA stabilirà una presenza lunare a lungo termine per la scoperta scientifica e si preparerà per le missioni umane su Marte.

 

L’atto finale della missione Artemis I in tutti i suoi passaggi

Per chi non avesse potuto seguire in diretta l’evento ecco tutte le immagini delle fasi più rilevanti dell’ammaraggio di Orion. Prima di iniziare il suo viaggio di rientro Orion ha scattato con le sue telecamere di bordo, alcune meravigliosi selfie con la Terra sullo sfondo.

Ph. Credit: NASA LIVE on YouTube

Il primo step che ha preceduto il rientro della navicella sulla Terra, è stato il distacco del modulo di servizio dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), avvenuto attorno alle 18:11 (ora dell’Europa Centrale).

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Alle 18:20 circa (ora dell’Europa Centrale), La navicella spaziale Orion della missione Artemis I, è entrata nell’atmosfera terrestre ad una velocità di 40000 km/h.

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La prima serie di paracadute si è aperta invece alle 18:36 (ora dell’Europa Centrale), e soltanto due minuti dopo si sono aperti con successo i tre grandi paracadute primari che hanno rallentato la navicella fino alla velocità idonea per il tuffo nell’Oceano Pacifico, avvenuto con successo alle 18:40 esatte, quando la navicella spaziale Orion ha toccato le acque Oceaniche.

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Il recupero della navicella: Orion è al sicuro a bordo della USS Portland

Dopo l’ammaraggio, gli ingegneri di Artemis I hanno eseguito diversi test aggiuntivi mentre Orion era in acqua, prima di procedere al recupero a bordo della USS Portland. I test in mare aperto sono stati per raccogliere ulteriori dati sul veicolo spaziale, comprese le sue proprietà termiche dopo aver sopportato il calore bruciante del rientro attraverso l’atmosfera terrestre. Il personale di recupero ha anche trascorso del tempo a raccogliere immagini dettagliate del veicolo spaziale.

Per il recupero di Orion, un team di sommozzatori esperti ha collegato un cavo chiamato linea del verricello, assieme a diversi cavi aggiuntivi per dare maggiore stabilità, al modulo dell’equipaggio.

Tramite un argano si è poi proceduto a trascinare la navicella Orion in una sorta di culla appositamente progettata, all’interno del ponte della nave. Il team di recupero è composto da personale e risorse del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, inclusi specialisti anfibi della Marina e specialisti meteorologici della Space Force, ingegneri e tecnici del Kennedy Space Center in Florida, del Johnson Space Center di Houston e della Lockheed Martin Space Operations.

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Pronti per il rientro a casa e per le ultime analisi della missione Artemis I

La navicella spaziale Orion è stata fissata a bordo della USS Portland. La nave inizierà presto il suo viaggio di ritorno alla base navale statunitense di San Diego, dove gli ingegneri rimuoveranno Orion dalla nave in preparazione del trasporto al Kennedy Space Center in Florida per l’analisi post-volo.

Orion dovrebbe arrivare a terra il 13 dicembre con scarico previsto per il 15 dicembre. Qui i tecnici ispezioneranno accuratamente Orion, recuperando i dati registrati a bordo, rimuovendo i carichi utili e molto altro ancora.

Img di copertina Ph. Credit: NASA/James M. Blair