Una domanda fondamentale che gli scienziati del clima si pongono da anni è se il principale sistema di circolazione delle acque dell’Oceano Atlantico stia “rallentando”, dando vita ad un fenomeno che potrebbe avere conseguenze drammatiche per l’Europa e per altre zone della costa atlantica. Un nuovo studio però suggerisce che la soluzione potrebbe arrivare da una fonte inaspettata: l’Oceano Indiano, secondo un mecccanismo simile ad un “altruismo tra oceani“.
Il nuovo studio, condotto da Shineng Hu della Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California-San Diego e di Alexey Fedorov della Yale University, è stato pubblicato il 16 settembre sulla rivista Nature Climate Change. È l’ultimo di un crescente corpus di ricerche che cerca di fare chiarezza circa il modo in cui il riscaldamento globale può alterare le componenti climatiche globali, tra cui la “circolazione di ribaltamento meridionale dell’Atlantico” (AMOC).
AMOC è uno dei più grandi sistemi di circolazione dell’acqua del pianeta. Funziona fornendo acqua calda al Nord Atlantico attraverso un collegamento superiore e facendo circolare acqua più fredda a sud, attraverso un ramo più profondo. Sebbene AMOC sia rimasto stabile per migliaia di anni, i dati degli ultimi 15 anni, così come si evince da alcune simulazioni al computer, hanno destato preoccupazione. L’AMOC ha mostrato segni di rallentamento durante il periodo considerato, ma non è chiaro se sia il risultato del riscaldamento globale o solo un’anomalia a breve termine correlata all’evoluzione degli oceani.
“Non c’è ancora concordia in merito”, ha detto Fedorov, “ma penso che il problema della stabilità dell’AMOC non debba essere ignorato. La semplice possibilità che l’AMOC possa collassare dovrebbe essere ragione di grande preoccupazione in un periodo storico in cui l’attività umana sta forzando cambiamenti significativi ai processi geologici”. “Sappiamo“, continua Fedorov, “che l’ultima volta che AMOC si è indebolito è stata circa 17.000 anni fa e la cosa ha avuto impatti a livello globale. Parliamo di inverni molto rigidi in Europa, con più tempeste e venti più secchi dall’Africa“.
Gran parte del lavoro di Fedorov e Hu si concentra su specifici meccanismi e caratteristiche climatiche che potrebbero variare sostanzialmente a causa del riscaldamento globale. Utilizzando una combinazione di dati e una sofisticata modellizzazione computerizzata, gli scienziati tracciano gli effetti che tali cambiamenti potrebbero avere nel tempo. Per il nuovo studio, è stato esaminato il fenomeno del progressivo riscaldamento nell’Oceano Indiano. “L’Oceano Indiano è una delle prove lampanti del riscaldamento globale“, ha detto Hu. “L’aumento delle temperature dell’Oceano Indiano è considerato uno degli aspetti più evidenti del riscaldamento globale“.
I ricercatori hanno indicato una serie di effetti che si estendono dall’Oceano Indiano fino all’Atlantico: man mano che l’Oceano Indiano si riscalda, genera ulteriori precipitazioni. Questo, a sua volta, attira più aria da altre parti del mondo, compreso l’Atlantico, verso l’Oceano Indiano. Con così tante precipitazioni nell’Oceano Indiano, ci saranno meno precipitazioni nell’Oceano Atlantico, hanno detto i ricercatori. Minori precipitazioni porteranno ad una maggiore salinità nelle acque dell’Atlantico, perché non ci sarà abbastanza acqua piovana per diluirla. L’acqua salata nell’Atlantico, man mano che arriva a nord tramite AMOC, si raffredderà molto più velocemente.
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