Le principesse dell’antico Egitto usavano davvero armi? Lo studio che divide gli archeologi

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Per secoli le principesse dell’antico Egitto sono state rappresentate soprattutto come figure legate alla corte, alla religione e alla vita di palazzo. Ma un nuovo studio potrebbe mettere in discussione questa immagine.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Environmental Archaeology, alcune donne appartenenti alla famiglia reale del Medio Regno non si sarebbero limitate a essere sepolte con archi, frecce e pugnali come simboli di prestigio: potrebbero aver utilizzato realmente queste armi durante la loro vita.

L’ipotesi è affascinante e ha già acceso il dibattito tra archeologi e bioantropologi. Tuttavia, gli stessi esperti invitano a distinguere tra una possibilità supportata da alcuni indizi e una conclusione ormai dimostrata.

Le antiche sepolture riscoperte dopo oltre un secolo

Lo studio prende in esame i resti scheletrici di sei membri della famiglia reale egizia, vissuti circa quattromila anni fa durante il Medio Regno.

Tra questi figurano il re Hor e alcune donne ritenute figlie del faraone Amenemhat II, tra cui le principesse Ita, Noub-Hotep, Itaweret e Khenmet.

Questi scheletri erano stati scoperti alla fine dell’Ottocento dall’archeologo francese Jacques de Morgan nelle vicinanze delle tombe di Amenemhat II e Amenemhat III.

Dopo decenni trascorsi nei depositi del Museo Egizio del Cairo, i resti sono stati riscoperti nel 2020 nell’ambito di un progetto di restauro e conservazione, offrendo ai ricercatori la possibilità di analizzarli con tecnologie moderne.

Cosa hanno osservato gli studiosi

Gli autori dello studio hanno utilizzato tecniche come la tomografia a raggi X e la spettroscopia infrarossa per esaminare le ossa.

L’attenzione si è concentrata sulle entesi, cioè i punti in cui muscoli, tendini e legamenti si inseriscono sull’osso.

Quando un determinato gruppo muscolare viene utilizzato ripetutamente nel corso degli anni, questi punti possono modificarsi, lasciando tracce osservabili anche a distanza di millenni.

Secondo gli autori, alcune principesse mostravano uno sviluppo particolarmente marcato delle inserzioni muscolari nella spalla, nel braccio e nella mano destra.

Nel caso della principessa Ita, questi segni potrebbero essere compatibili con l’uso ripetuto di un pugnale, proprio come quello decorato rinvenuto nella sua sepoltura.

Anche la principessa Noub-Hotep, sepolta insieme a un corredo comprendente frecce conservate in condizioni eccezionali, presentava caratteristiche simili negli avambracci e nella mano dominante.

Armi simboliche o strumenti realmente utilizzati?

Per molto tempo gli archeologi hanno interpretato le armi presenti nelle tombe delle donne dell’élite egizia come oggetti simbolici, destinati a rappresentare prestigio, potere o significati religiosi.

Il nuovo studio propone invece un’ipotesi diversa.

Secondo gli autori, i segni osservati sugli scheletri potrebbero essere compatibili con attività come il tiro con l’arco, la caccia o il maneggio di armi da taglio.

Se questa interpretazione fosse confermata da ulteriori ricerche, suggerirebbe che alcune principesse avessero un ruolo molto più attivo di quanto si sia tradizionalmente immaginato.

Tuttavia, la questione è tutt’altro che risolta.

Perché molti esperti invitano alla cautela

Come spesso accade nella ricerca scientifica, un risultato interessante non equivale automaticamente a una certezza.

Diversi bioarcheologi che non hanno partecipato allo studio hanno espresso dubbi sull’interpretazione proposta.

Secondo Sonia Zakrzewski, dell’Università di Southampton, i cambiamenti osservati nelle inserzioni muscolari dimostrano che alcuni gruppi muscolari sono stati utilizzati frequentemente, ma non permettono di stabilire con precisione quale attività li abbia prodotti.

Esistono infatti numerosi fattori che possono modificare queste strutture ossee, tra cui:

  • l’età;
  • la genetica;
  • la corporatura individuale;

altre attività quotidiane non necessariamente legate all’uso delle armi.

Inoltre, lo studio non ha confrontato gli scheletri delle principesse con quelli di altre donne dello stesso periodo storico, rendendo più difficile stabilire se quelle caratteristiche fossero davvero eccezionali.

Anche l’asimmetria lascia interrogativi

Un’altra osservazione arriva dal bioarcheologo Scott Haddow, dell’Università di Torino.

Il tiro con l’arco è generalmente un’attività fortemente asimmetrica, poiché coinvolge in modo diverso il braccio che tende la corda e quello che sostiene l’arco.

In alcuni degli scheletri analizzati, però, le modificazioni risultavano presenti su entrambi i lati del corpo.

Questo elemento rende più complessa l’interpretazione e suggerisce che possano essere coinvolte altre spiegazioni oltre all’utilizzo delle armi.

La ricerca scientifica procede per ipotesi, non per certezze immediate

La storia dell’archeologia è ricca di scoperte che hanno modificato profondamente ciò che pensavamo di sapere sul passato.

Allo stesso tempo, è una disciplina che richiede estrema prudenza. Le ossa raccontano molto, ma raramente parlano in modo univoco.

Lo studio sulle principesse egizie rappresenta un esempio efficace di come funzioni il metodo scientifico: i ricercatori avanzano un’ipotesi basata sulle evidenze disponibili, mentre altri studiosi ne verificano punti di forza e possibili limiti.

Solo nuove analisi, confronti con altri reperti e ulteriori dati potranno chiarire se quelle antiche donne appartenenti alla famiglia reale fossero davvero abili arciere e cacciatrici oppure se i segni osservati abbiano un’origine diversa.

Un passato ancora tutto da riscoprire

Indipendentemente dall’esito del dibattito, questa ricerca ricorda quanto il nostro sguardo sul passato sia in continua evoluzione.

Le tecnologie moderne permettono oggi di rileggere reperti scoperti oltre un secolo fa, aprendo nuove domande su società che pensavamo di conoscere.

Forse le principesse dell’antico Egitto impugnavano davvero archi e pugnali. Oppure no.

Per ora la risposta resta aperta. Ed è proprio questa incertezza, fatta di ipotesi, verifiche e confronto tra studiosi, a rappresentare uno degli aspetti più affascinanti della ricerca archeologica.

Foto di Souza_DF da Pixabay

Federica Vitale
Federica Vitalehttps://federicavitale.com
Ho studiato Shakespeare all'Università e mi ritrovo a scrivere di tecnologia, smartphone, robot e accessori hi-tech da anni! La SEO? Per me è maschile, ma la rispetto ugualmente. Quando si suol dire "Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere" (Amleto, l'atto indovinatelo voi!)

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