A distanza di oltre 150 anni, una delle intuizioni di Charles Darwin ha finalmente trovato conferma sperimentale. Un gruppo di ricercatori ha dimostrato che Saxifraga candelabrum, una pianta ricoperta di minuscoli peli appiccicosi, è a tutti gli effetti una pianta carnivora.
La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications, non aggiunge soltanto una nuova specie all’elenco delle piante carnivore conosciute, ma conferma anche un’ipotesi formulata da Darwin nel lontano 1875, quando il celebre naturalista studiava il sorprendente mondo delle piante capaci di nutrirsi di insetti.
L’intuizione di Darwin rimasta senza risposta
Nel 1875 Darwin pubblicò un’opera dedicata alle piante carnivore, osservando che alcune specie presentavano caratteristiche molto simili a quelle già note nelle piante insettivore.
Tra queste figuravano alcune appartenenti al genere Saxifraga, dotate di tricomi ghiandolari, minuscoli peli ricoperti da una sostanza vischiosa.
Darwin ipotizzò che queste strutture potessero servire non soltanto a trattenere gli insetti, ma anche a ricavarne nutrienti.
All’epoca, però, gli strumenti scientifici disponibili non permettevano di dimostrare con certezza questa teoria.
L’idea rimase quindi un’affascinante ipotesi per oltre un secolo.
Quando una pianta può essere definita carnivora
Non basta catturare un insetto per essere considerata una pianta carnivora.
Gli scienziati utilizzano criteri molto precisi. Una specie deve essere in grado di:
- attirare la preda;
- catturarla;
- digerirla mediante enzimi;
- assorbirne i nutrienti per il proprio sviluppo.
Molte piante possiedono superfici appiccicose che intrappolano accidentalmente piccoli insetti, ma solo poche riescono realmente a sfruttarli come fonte nutritiva.
Dimostrare tutte queste fasi è stato proprio l’obiettivo del nuovo studio.
Come gli scienziati hanno dimostrato la carnivoria
I ricercatori hanno utilizzato diversi esperimenti per verificare il comportamento della Saxifraga candelabrum.
Innanzitutto hanno osservato che la pianta emette sostanze odorose capaci di attirare piccoli insetti, soprattutto zanzare e altre specie di dimensioni ridotte.
Una volta entrati in contatto con la superficie della pianta, gli insetti rimangono intrappolati nei tricomi ghiandolari, sottili peli ricoperti di una sostanza adesiva.
Un dettaglio particolarmente interessante riguarda la selettività della cattura.
Le piccole prede vengono facilmente bloccate, mentre gli insetti più grandi, come molte mosche impollinatrici, riescono generalmente a liberarsi. In questo modo la pianta continua a beneficiare dell’impollinazione senza compromettere la propria riproduzione.
La prova della digestione
Per verificare che gli insetti non venissero semplicemente trattenuti sulla superficie, gli studiosi hanno utilizzato uno speciale reagente fluorescente in grado di evidenziare la presenza di enzimi digestivi.
I tricomi della pianta hanno mostrato una chiara attività enzimatica, dimostrando che la digestione era realmente in corso.
Successivamente i ricercatori hanno alimentato la pianta con mosche contenenti un isotopo stabile dell’azoto, un marcatore utilizzato frequentemente negli studi biologici.
Dopo circa due settimane, l’isotopo è stato individuato nei tessuti vegetali.
La prova era definitiva: la pianta non si limitava a catturare e digerire gli insetti, ma assorbiva concretamente i nutrienti ottenuti dalla digestione.
Perché alcune piante diventano carnivore
La carnivoria vegetale rappresenta una straordinaria strategia evolutiva.
Molte di queste specie vivono infatti in ambienti dove il terreno è estremamente povero di nutrienti essenziali come azoto e fosforo.
Per compensare questa carenza, nel corso dell’evoluzione alcune piante hanno sviluppato strutture in grado di ottenere tali sostanze direttamente dagli insetti.
Questo adattamento si è evoluto indipendentemente più volte nella storia delle piante da fiore, dando origine a specie molto diverse tra loro ma accomunate dalla stessa strategia nutrizionale.
Una scoperta che potrebbe cambiare la botanica
La Saxifraga candelabrum è oggi la prima specie carnivora confermata appartenente alla famiglia delle Saxifragaceae e, più in generale, all’ordine delle Saxifragales.
Ma il risultato potrebbe essere soltanto l’inizio.
Secondo gli autori dello studio, esistono centinaia, forse migliaia, di specie vegetali dotate di tricomi appiccicosi simili che non sono mai state studiate approfonditamente sotto questo aspetto.
Alcune di esse potrebbero nascondere forme di carnivoria finora sconosciute.
Una conferma che attraversa i secoli
La storia della Saxifraga candelabrum dimostra come la scienza proceda spesso per intuizioni che trovano conferma anche molti decenni dopo essere state formulate.
Quando Darwin osservò quei minuscoli peli appiccicosi sulle foglie, non disponeva delle tecnologie necessarie per dimostrare la propria teoria. Oggi, grazie a tecniche di biologia molecolare, marcatori isotopici e analisi enzimatiche, quella stessa intuizione è diventata una certezza scientifica.
È anche un promemoria del valore della ricerca di base: un’ipotesi nata dall’osservazione della natura può rimanere aperta per oltre un secolo e trovare risposta solo quando gli strumenti scientifici diventano sufficientemente sofisticati.
In questo caso, la risposta è arrivata con un verdetto che avrebbe probabilmente entusiasmato Darwin: quella pianta ricoperta di piccoli peli appiccicosi era davvero una pianta carnivora.
Foto di Adina Voicu da Pixabay

