Un bambino che accetta soltanto pochissimi alimenti, un adolescente terrorizzato dall’idea di soffocare o un adulto incapace di tollerare determinate consistenze potrebbero essere considerati semplicemente “schizzinosi”. In alcuni casi, però, dietro questi comportamenti può esserci l’ARFID, disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Chi ne soffre limita quantità o varietà degli alimenti al punto da sviluppare conseguenze nutrizionali, fisiche oppure importanti difficoltà nella vita quotidiana. Può comparire nell’infanzia, ma riguarda anche adolescenti e adulti.
La differenza dall’anoressia è fondamentale
L’ARFID appartiene ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, ma presenta una caratteristica che lo distingue dall’anoressia nervosa: la restrizione non è spiegata dalla ricerca della magrezza o dalla paura di aumentare di peso. Una persona può desiderare di mangiare normalmente e, allo stesso tempo, trovarlo estremamente difficile. Il problema può diventare abbastanza grave da provocare perdita di peso, mancata crescita, carenze nutrizionali, necessità di integratori o nutrizione enterale oppure una marcata compromissione della vita sociale. È proprio l’impatto della restrizione a separare il disturbo dalla normale selettività.
Dietro il rifiuto possono esserci almeno tre strade
L’ARFID non si presenta sempre nello stesso modo. Una persona può avere una fortissima sensibilità alle caratteristiche sensoriali del cibo: consistenza, odore, temperatura, colore o sapore diventano difficili da tollerare. Un’altra può mostrare pochissimo interesse verso il mangiare o percepire scarso appetito. Altre persone sviluppano invece una vera paura delle conseguenze del pasto: vomitare, soffocare, provare dolore o avere una reazione allergica. Questi profili possono anche sovrapporsi. Le ricerche più recenti stanno cercando proprio di definire meglio queste differenti componenti del disturbo.
A volte tutto comincia dopo un episodio spaventoso
Un evento apparentemente isolato può trasformare il pasto in una fonte di ansia. Dopo essersi strozzato con un boccone, aver vomitato o provato un forte dolore gastrointestinale, qualcuno può iniziare a evitare l’alimento associato all’esperienza. Poi l’elenco dei cibi considerati sicuri può restringersi progressivamente. In altri casi non esiste un singolo episodio scatenante e la selettività è presente fin dall’infanzia. Tra i segnali indicati dal National Institute of Mental Health figurano una gamma di alimenti accettati sempre più ridotta, scarso interesse verso il cibo, perdita importante di peso e disturbi gastrointestinali senza una spiegazione sufficiente.
Si può avere ARFID anche senza essere sottopeso
Questo è uno dei motivi per cui il disturbo può passare inosservato. Non tutte le persone con ARFID appaiono magre. Una dieta estremamente limitata può fornire abbastanza calorie per mantenere il peso e contemporaneamente essere povera di micronutrienti essenziali. Una revisione di casi riguardanti giovani con autismo o caratteristiche autistiche e forti restrizioni alimentari ha documentato deficit di vitamine C, A, B1, B12 e D; quando erano disponibili informazioni sul peso, la maggioranza dei casi non risultava sottopeso. Peso e aspetto fisico, quindi, non sono sufficienti per escludere un problema nutrizionale.
Il legame con autismo e ansia merita attenzione
ARFID può presentarsi insieme ad altre condizioni, in particolare disturbi d’ansia e autismo. Una meta-analisi del 2025 su 21 studi e oltre 7.400 partecipanti ha stimato una diagnosi di autismo nel 16,3% delle popolazioni con ARFID e una prevalenza di ARFID dell’11,4% nei gruppi autistici analizzati, pur con notevole variabilità tra gli studi. Non significa che l’autismo causi automaticamente ARFID. Sensibilità sensoriali, rigidità comportamentale e difficoltà legate all’alimentazione possono però sovrapporsi, rendendo importante riconoscere entrambe le condizioni quando coesistono.
Anche una cena con gli amici può diventare un problema
Le conseguenze non si misurano soltanto con calorie e vitamine. Chi riesce a mangiare pochissimi alimenti può evitare ristoranti, mense scolastiche, feste, viaggi e cene con altre persone perché non sa se troverà qualcosa che riesce a mangiare. Nei bambini i pasti possono trasformarsi in una fonte quotidiana di conflitto familiare; negli adulti il disturbo può interferire con relazioni e lavoro. Il NIMH include infatti tra le possibili conseguenze dell’ARFID anche difficoltà significative nel funzionamento scolastico, professionale e relazionale. È questa dimensione a rendere particolarmente fuorviante liquidare il problema come semplice “capriccio”.
Si può curare, ma forzare a mangiare non è la soluzione
La valutazione può richiedere un approccio multidisciplinare che consideri salute fisica, nutrizione e componenti psicologiche, escludendo altre condizioni capaci di spiegare la restrizione. I trattamenti possono comprendere regolarizzazione dei pasti, esposizione graduale agli alimenti o alle sensazioni temute, interventi cognitivo-comportamentali e coinvolgimento della famiglia quando appropriato. Una meta-analisi del 2026 sulle terapie psicologiche in adolescenti e adulti ha trovato miglioramenti nella varietà alimentare e nei sintomi, ma sottolinea che servono ancora trial randomizzati più robusti. Riconoscere l’ARFID significa soprattutto cambiare domanda: invece di chiedere “perché non vuole mangiare?”, occorre capire “che cosa rende il mangiare così difficile?”.
