Scienza

Johatsu: perché in Giappone alcune persone scelgono di sparire

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C’è un momento, nella vita di molte persone, in cui il desiderio di sparire per un po’ può sembrare quasi una fantasia liberatoria. Spegnere il telefono, non rispondere a nessuno, lasciare alle spalle il lavoro, le aspettative, le domande degli altri e ricominciare altrove. Nella maggior parte dei casi resta soltanto un pensiero, magari formulato dopo una giornata particolarmente difficile. In Giappone, però, esiste una parola per descrivere qualcosa di molto più radicale: jōhatsu, letteralmente “evaporazione”. Indica quelle persone che decidono volontariamente di interrompere la propria vita precedente, allontanandosi da famiglia, amici, lavoro e ambiente sociale per diventare, almeno per un periodo, difficili da rintracciare. 

Il fenomeno viene spesso raccontato come una delle stranezze più enigmatiche della società giapponese, ma questa rappresentazione rischia di trasformare una questione profondamente umana in una curiosità esotica. Anche perché le sparizioni volontarie non sono un fenomeno esclusivamente giapponese. Ciò che rende particolare il Giappone è soprattutto l’esistenza di un termine specifico, una storia culturale associata al fenomeno e, in alcuni casi, di servizi che possono aiutare una persona a interrompere concretamente i legami con la vita precedente.

Quando sparire diventa una scelta

Il termine jōhatsu è entrato nell’immaginario giapponese negli anni Sessanta, anche grazie al film Ningen jōhatsu di Shōhei Imamura, uscito nel 1967, che raccontava la scomparsa di un uomo comune. Da allora la parola è stata utilizzata per indicare persone che decidono di uscire dalla propria esistenza precedente senza affrontare necessariamente una separazione formale o spiegare le proprie ragioni. 

Dietro questa scelta possono esserci situazioni molto diverse. Debiti, fallimenti economici, perdita del lavoro, divorzi, conflitti familiari, violenza domestica, stalking e pressioni sociali sono tra le motivazioni raccontate nelle testimonianze sul fenomeno. Non esiste quindi un unico profilo dello jōhatsu: per qualcuno la scomparsa può rappresentare una fuga da una situazione pericolosa, per qualcun altro il tentativo disperato di sottrarsi alla vergogna o alla sensazione di avere fallito. 

Ed è proprio qui che la parola “evaporazione” diventa particolarmente significativa. Non descrive soltanto l’assenza fisica di una persona, ma la volontà di cancellare la continuità con ciò che è stato prima. Non essere più il dipendente che ha perso il lavoro, il marito che sta affrontando un divorzio, la persona indebitata o quella che sente di non essere riuscita a rispettare le aspettative della propria famiglia.

Le agenzie della fuga notturna

A rendere il fenomeno ancora più singolare è l’esistenza delle cosiddette yonige-ya, espressione traducibile come “agenzie della fuga notturna”. Si tratta di imprese che possono offrire assistenza logistica a chi vuole trasferirsi senza attirare l’attenzione: organizzare un trasloco discreto, individuare una nuova sistemazione e aiutare la persona a interrompere i collegamenti con l’ambiente precedente. Il loro nome deriva proprio dall’idea della fuga notturna, quando lasciare una casa senza essere visti può risultare più semplice.

È importante, però, non confondere questi servizi con una sorta di “sistema ufficiale per cambiare identità”. Le descrizioni più attendibili parlano soprattutto di supporto logistico e trasferimento, non di una macchina legalmente riconosciuta per creare nuove identità. Anche il racconto giornalistico del fenomeno tende talvolta a estremizzare alcuni aspetti, contribuendo a costruire l’immagine di un Giappone nel quale sarebbe sufficiente pagare per cancellare completamente la propria esistenza. La realtà è più complessa.

La possibilità di sottrarsi allo sguardo degli altri è comunque favorita anche da alcuni aspetti della normativa giapponese sulla privacy. In assenza di elementi che facciano pensare a un crimine o a un incidente, la ricerca di un adulto scomparso può essere limitata, soprattutto quando la persona non desidera essere ritrovata. Questo crea una situazione paradossale: una persona può essere fisicamente viva, ma diventare socialmente invisibile. 

Il peso della vergogna e delle aspettative

Per comprendere il fenomeno è necessario andare oltre l’idea della semplice fuga. Uno degli aspetti più interessanti riguarda infatti il rapporto tra identità individuale e aspettative sociali.

Per alcune persone, perdere il lavoro, accumulare debiti o attraversare un fallimento familiare non significa soltanto affrontare un problema concreto. Significa anche confrontarsi con ciò che quel problema sembra dire sul proprio valore personale. Quando la distanza tra ciò che si pensa di essere e ciò che si ritiene di dover essere diventa troppo grande, interrompere ogni rapporto con il passato può apparire come l’unico modo per smettere di sentirsi giudicati.

Da questo punto di vista, lo jōhatsu può essere letto anche come una forma estrema di ritiro sociale. Non necessariamente perché la persona non desideri più avere relazioni, ma perché non riesce più a sostenere quelle che ha costruito. Sparire permette di sottrarsi alle domande, alle spiegazioni e soprattutto allo sguardo di chi conosce la propria storia.

Ma c’è una contraddizione profonda: per ricominciare davvero, spesso è necessario portarsi dietro se stessi. Cambiare città può interrompere alcuni legami, ma non cancella automaticamente la vergogna, la paura, il senso di fallimento o le ferite che hanno portato alla fuga.

Un fenomeno spesso raccontato in modo esagerato

Uno dei problemi delle storie sugli jōhatsu è anche la difficoltà di stabilire quanti siano realmente. I numeri sulle persone che scompaiono ogni anno in Giappone vengono talvolta utilizzati per suggerire che decine di migliaia di persone “evaporino” volontariamente, ma le statistiche sulle persone scomparse non coincidono con quelle sulle sparizioni volontarie. Una parte consistente delle persone segnalate come scomparse viene infatti ritrovata e le cause delle sparizioni sono molto diverse. Un’analisi recente sottolinea proprio la necessità di ridimensionare alcune delle narrazioni più sensazionalistiche costruite intorno al fenomeno. 

Questo non significa che gli jōhatsu non esistano. Significa piuttosto che è necessario distinguere il fenomeno sociale reale dall’immagine quasi cinematografica di migliaia di persone che ogni anno cancellano la propria identità e svaniscono definitivamente.

Quando il desiderio di sparire diventa un segnale

La parte più interessante della storia, forse, non riguarda nemmeno il Giappone. Perché il desiderio di “sparire da tutto” è molto più universale di quanto sembri.

Pensare di voler cambiare vita dopo un periodo difficile non significa necessariamente voler abbandonare davvero la propria esistenza. A volte significa semplicemente essere arrivati a un punto nel quale il modo in cui si sta vivendo non è più sostenibile. La fantasia della fuga può allora diventare una sorta di messaggio interno: così non voglio più stare.

La differenza fondamentale è ciò che accade dopo. Se quella sensazione diventa un’occasione per chiedersi che cosa dovrebbe cambiare, può trasformarsi in una spinta verso una nuova direzione. Se invece l’unica soluzione immaginabile diventa cancellarsi completamente dagli altri, può essere il segnale di una sofferenza molto più profonda.

Gli jōhatsu ricordano così qualcosa che riguarda anche le società iperconnesse: essere rintracciabili non significa necessariamente sentirsi visti. Possiamo avere telefoni, social network, contatti e persone intorno e, allo stesso tempo, desiderare disperatamente che nessuno ci chieda più nulla.

Forse è questo il punto più inquietante del fenomeno dell’“evaporazione”. Non tanto che alcune persone riescano a sparire, quanto che, prima di farlo, possano essere arrivate a pensare che l’unico modo per ricominciare sia smettere di essere la persona che tutti gli altri conoscono.

Foto di Brendy Pradana da Pixabay

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