Il gelso è conosciuto soprattutto per i suoi piccoli frutti scuri o per le foglie utilizzate nell’allevamento dei bachi da seta. Ma Morus alba, Morus nigra e altre specie contengono anche numerosi composti bioattivi che stanno attirando l’attenzione dei ricercatori. Una revisione scientifica del 2026 ha raccolto le evidenze disponibili sul rapporto tra gelso e microbiota intestinale, suggerendo che frutti, foglie e loro estratti possano modificare l’attività dei microrganismi che popolano l’intestino. La conseguenza potrebbe estendersi al metabolismo dell’intero organismo, anche se gran parte delle prove arriva ancora da esperimenti su animali.
Foglie e frutti non sono la stessa cosa
Parlare genericamente di “gelso” rischia infatti di essere fuorviante. Le foglie sono particolarmente ricche di flavonoidi, polisaccaridi e iminozuccheri, tra cui la 1-deossinojirimicina. I frutti, soprattutto quelli di Morus nigra, contengono invece quantità importanti di antociani e altri polifenoli. Anche essiccazione, fermentazione ed estrazione possono cambiare la composizione finale. Secondo la revisione, proprio queste differenze potrebbero spiegare perché gli esperimenti disponibili non producano sempre gli stessi risultati. Un estratto concentrato di foglie, dunque, non equivale nutrizionalmente a mangiare una porzione di more di gelso.
Una parte dei composti arriva fino ai batteri intestinali
Molti polifenoli e polisaccaridi vegetali non vengono completamente assorbiti nell’intestino tenue. Una parte raggiunge quindi il colon, dove incontra il microbiota e può diventare substrato per il metabolismo microbico. Contemporaneamente, i batteri trasformano alcune molecole vegetali in nuovi metaboliti potenzialmente utilizzabili dall’organismo. Gli studi preclinici sul gelso hanno riportato modificazioni di gruppi microbici e, in diversi esperimenti, un arricchimento di microrganismi comunemente associati a un ecosistema intestinale favorevole, tra cui Bifidobacterium, Lactobacillus e Akkermansia. Ma definire universalmente un batterio come “buono” resta una semplificazione: gli effetti dipendono dal contesto biologico.
I batteri producono molecole capaci di parlare con il corpo
Un’altra osservazione riguarda gli acidi grassi a catena corta, o SCFA. Acetato, propionato e butirrato vengono prodotti dalla fermentazione microbica e partecipano alla comunicazione tra intestino e organismo. Diversi esperimenti con preparazioni di gelso hanno registrato un aumento di questi metaboliti. Uno studio del 2026 sugli antociani del frutto, condotto nei topi, ha per esempio osservato dopo un’assunzione prolungata maggiori concentrazioni fecali di propionato e butirrato insieme a modificazioni del microbiota. Gli autori ipotizzano che questo dialogo tra polifenoli e batteri possa contribuire a creare un ambiente metabolico differente.
Il collegamento più interessante riguarda glucosio e grassi
Perché tutto questo dovrebbe interessare il metabolismo? Gli SCFA e altri metaboliti microbici possono partecipare alla regolazione dell’omeostasi energetica, dell’infiammazione e del metabolismo di glucosio e lipidi. In modelli animali di disfunzione metabolica, i cambiamenti del microbiota prodotti da preparazioni di gelso sono stati osservati insieme a miglioramenti di glicemia, profilo lipidico, adiposità o marcatori infiammatori. Un esperimento del 2026 con estratto acquoso di foglie di Morus alba ha collegato il miglioramento della tolleranza al glucosio a un asse microbiota-SCFA-AMPKα1, coinvolgendo anche il tessuto adiposo.
Gli esperimenti sui topi mostrano un possibile effetto anti-obesità
Un altro studio del 2026 ha somministrato un estratto di foglie di gelso a topi alimentati con una dieta ricca di grassi. I ricercatori hanno osservato modificazioni del microbiota, della barriera intestinale e dei segnali infiammatori, insieme a un’attenuazione di alcuni effetti metabolici dell’alimentazione ad alto contenuto di grassi. Un lavoro separato ha studiato invece una frazione proteica delle foglie, riportando cambiamenti nella composizione microbica e nell’omeostasi metabolica negli animali obesi. Risultati convergenti, quindi, ma ottenuti utilizzando preparazioni e dosaggi differenti e soprattutto modelli animali.
Il grande limite: sappiamo ancora poco sugli esseri umani
È qui che bisogna frenare l’entusiasmo. La revisione del 2026 sottolinea esplicitamente che le evidenze disponibili sono dominate da studi non umani. Mancano trial clinici ampi e ben controllati capaci di dimostrare che mangiare frutti di gelso o assumere preparazioni delle foglie produca gli stessi cambiamenti metabolici osservati negli animali. C’è inoltre un problema di standardizzazione: specie botanica, parte della pianta, quantità di principi attivi e tecniche di estrazione cambiano da uno studio all’altro. Non è quindi possibile tradurre una dose sperimentale di estratto in una quantità di frutti da mangiare quotidianamente.
Non un alimento miracoloso, ma un interessante laboratorio naturale
Il gelso non è dunque una nuova cura per diabete, obesità o disturbi intestinali. La ricerca suggerisce qualcosa di più interessante e meno sensazionale: alcune sue molecole possono interagire con il microbiota, e questa interazione potrebbe contribuire agli effetti metabolici osservati sperimentalmente. La sfida ora sarà capire quali preparazioni funzionino davvero nell’uomo, a quali dosi e in quali persone. Gli autori della revisione chiedono proprio studi clinici con prodotti standardizzati e analisi approfondite del microbioma. Se le evidenze verranno confermate, il gelso potrebbe diventare un altro esempio di un principio sempre più importante nella nutrizione: ciò che mangiamo non nutre soltanto noi, ma anche i microrganismi intestinali, che a loro volta producono molecole capaci di dialogare con il nostro metabolismo.
