Scienza

Alimentazione: il rischio dietro alcune alternative vegetali

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Ormai è diventato comune avere nella propria alimentazione dei cibi vegetali come alternative alla carne e sono fatti, di solito, soprattutto da spinaci, barbabietole, rabarbaro, mandorle e patate dolci. Secondo un nuovo studio, questi alimenti potrebbero essere collegati all’infiammazione intestinale, perlomeno nelle persone con già una predisposizione per certe condizioni. La colpa è degli ossalati. L’organismo ne elimina la maggior parte attraverso le feci, ma alcuni risulta difficile e finiscono per favorire l’accumulo nell’intestino.

In una prima analisi, i risultati mostrano che la differenza possa dipendere non tanto dalla quantità assunta con la propria alimentazione, quanto dal modo in cui l’intestino assorbe e gestisce l’ossalato. Le proteine trasportatrici SLC26A2 e SLC26A3 sembrano esserne i responsabili e analizzando diverse centinaia di campioni di tessuto di persone con morbo di Crohn, colite ulcerosa in confronto a individui sani, è stata un’attività ridotta con i geni di riferimento. A questo si aggiunge un terzo, SLC26A6, la cui attività ridotta era associata a una forma più grave della malattia.

 

Il rischio dei troppi alimenti vegetali nella propria alimentazione

Negli esperimenti sui topi invece, si è visto che gli animali con un’infiammazione intestinale indotta artificialmente stavano peggio quando ricevevano quantità aggiuntive di ossalato. Arrivavano a perdere più peso, sviluppare un’infiammazione intestinale più intensa e persistente e in generale una minore probabilità di sopravvivenza. In laboratorio, l’ossalato aumentava la risposta infiammatoria delle cellule immunitarie dei topi. Allo stato attuale, i risultati, tuttavia, non dimostrano che consumo di alimenti ricchi di ossalati causa l’IBD nelle persone sane.

Gli autori non raccomandano quindi di eliminare spinaci, mandorle o altri alimenti vegetali dalla dieta. L’ipotesi è piuttosto che alcuni individui specifici dovrebbero capire se dover ridurre l’assunzione di ossalati. In futuro potrebbero essere studiate terapie dirette ai trasportatori SLC26 oppure strategie basate su batteri intestinali capaci di degradare gli ossolati in modo complementare al lavoro stesso dell’organismo.

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