Scienza

Alzheimer: concentrarsi sulla barriera ematoencefalica

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La barriera ematoencefalica è una struttura che protegge il cervello, impedisce a sostanze esterno all’organismo di raggiungere l’organo. Nelle persone affette dal morbo di Alzheimer, la barriera può diventare progressivamente più permeabile, talvolta già prima della comparsa dei problemi di memoria. Un nuovo studio  ha identificato in una proteina coinvolta nella riparazione dei tessuti un possibile elemento responsabile di questo deterioramento. Nei modelli studiati, la variante genetica APOE4, l’infiammazione e la beta-amiloide stimolano gli astrociti a produrre quantità eccessive di fibronectina. Il risultato è che l’accumulo interferisce con i segnali necessari a mantenere chiusa la barriera.

I ricercatori hanno analizzato tessuti cerebrali e liquido cerebrospinale di persone con Alzheimer, quindi hanno verificato i risultati utilizzando cellule umane, modelli tridimensionali di vasi sanguigni, topi portatori di APOE4 e pesci zebra. In tutti questi sistemi è stata osservata un’accumulazione di fibronectina intorno ai vasi cerebrali. L’eccesso della proteina sembra alterare la comunicazione tra astrociti e cellule dei vasi sanguigni, indebolendo le giunzioni strette che normalmente sigillano le pareti vascolari.

 

Alzheimer: un nuovo punto su cui agire

Gli esperimenti hanno inoltre indicato alcuni possibili punti di intervento come ridurre la fibronectina. In altri esperimenti hanno bloccato il percorso cellulare attraverso cui ostacolava i segnali protettivi riuscendo a riattivarli. Un ulteriore elemento di interesse è una rara variante del gene FN1 precedentemente associata a una riduzione del rischio di Alzheimer nei portatori di APOE4. Secondo gli autori, questo potrebbe rappresentare una sorta di esperimento naturale.

La scoperta apre quindi una possibile nuova direzione nella ricerca sull’Alzheimer, spesso troppo concentrata su beta-amiloide e tau. L’obiettivo non sarebbe eliminare del tutto la fibronectina, ma ridurre in modo preciso l’accumulo patologico intorno ai vasi cerebrali. Gli interventi non hanno ancora dimostrato di preservare memoria o capacità cognitiva negli animali. Al momento, la fibronectina rappresenta quindi un possibile bersaglio terapeutico, non una terapia già disponibile.

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