Scienza

Alzheimer: un modo per invertire il danno al cervello

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La maggior parte dei trattamenti attuali per l’Alzheimer mira a rallentare la progressione della malattia. Non esiste una cura valida a bloccare il morbo del tutto e non c’è neanche un modo per invertire il danno, almeno allo stato attuale. Una nuova condotta di ricerca offre però una possibile strada alternativa, utilizzare un sistema chiamato Nano-ERASER per trasformare alcune cellule di supporto del cervello, gli astrociti, in nuovi neuroni. Negli esperimenti, questa tecnica ha permesso di rigenerare neuroni in organoidi cerebrali e ha prodotto miglioramenti cognitivi nei topi.

La tecnologia in questione deriva da una tecnologia precedente chiamata Trim-Away che utilizza anticorpi per eliminare proteine ​​specifiche all’interno delle cellule. Per il trattamento dell’Alzheimer hanno scelto come bersaglio la proteina PTBP1, che sembra avere un ruolo nel mantenere gli astrociti nella loro funzione originale. Riducendo la quantità di questa proteina, gli esperimenti su cellule cerebrali e organoidi tridimensionali hanno mostrato che gli astrociti potevano essere convertiti in nuovi neuroni in esemplari con i sintomi della demenza.

 

Un nuovo modo di affrontare l’Alzheimer

I ricercatori hanno poi verificato se questi neuroni fossero realmente funzionali. Attraverso microelettrodi hanno osservato che le cellule appena generate erano in grado di comportarsi come neuroni normali e di formare reti connesse tra loro. Successivamente, il trattamento è stato testato su topi con condizioni simili all’Alzheimer. Gli animali trattati hanno progressivamente recuperato la capacità di costruire nidi e hanno ottenuto risultati migliori nei test di memoria e orientamento, come i labirinti acquatici. Nei loro cervelli sono stati inoltre osservate una maggiore densità di neuroni e un miglioramento in alcuni nei sintomi, tra cui l’infiammazione e l’accumulo di proteine ​​anomale.

Nonostante questi risultati, la tecnica è ancora in una fase molto preliminare e non è possibile sapere se funzionerà negli esseri umani. Studi precedenti avevano già suggerito che la riduzione di PTBP1 potesse favorire la rigenerazione neuronale e migliorare i sintomi del Parkinson nei topi, ma alcuni tentativi successivi non erano riusciti a replicare completamente quei risultati. Se la strategia dovesse dimostrarsi sicura ed efficace, potrebbe rappresentare un cambiamento importante: invece di limitarsi a rallentare la neurodegenerazione, si tenterebbe di ricostruire direttamente i neuroni e i circuiti cerebrali danneggiati.