L’Alzheimer è una patologia neurodegenerativa che progredisce in modo subdolo: i danni al cervello iniziano decenni prima che compaiano i sintomi evidenti come perdita di memoria e disorientamento. Questo lungo periodo “silenzioso” ha reso finora estremamente difficile una diagnosi precoce. Tuttavia, un filone di ricerca sempre più consistente suggerisce che la chiave per anticipare la malattia potrebbe essere… negli occhi.
La retina è tessuto nervoso vero e proprio, connesso direttamente al cervello tramite il nervo ottico. Ciò significa che cambiamenti vascolari o strutturali a livello oculare possono riflettere alterazioni neurologiche. Diverse ricerche hanno rilevato che nei pazienti con Alzheimer la retina presenta vasi più sottili, minor densità di capillari e segni di atrofia che potrebbero manifestarsi anni prima delle evidenze cliniche.
Alzheimer: esami della vista potrebbero predirlo decenni prima dei sintomi
In Scozia è in corso un progetto pionieristico chiamato NeurEye, che raccoglie e analizza oltre un milione di immagini retiniche provenienti da più di 100.000 pazienti. L’obiettivo è sviluppare algoritmi predittivi in grado di associare determinate caratteristiche dei vasi sanguigni retinici con il rischio futuro di Alzheimer. Se validato, questo approccio potrebbe consentire di inserire un esame di prevenzione direttamente nella visita oculistica di routine.
Parallelamente, ricercatori dell’University College di Londra hanno sviluppato Quartz, un sistema di intelligenza artificiale in grado di analizzare immagini oculari di migliaia di persone. L’AI ha individuato correlazioni tra vasi retinici tortuosi, diametro ridotto e performance cognitive più basse. In prospettiva, un semplice esame con scanner retinico potrebbe essere sufficiente per individuare chi è a rischio, anche senza sintomi.
Non si parla solo di immagini. Alcuni test di percezione visiva stanno dimostrando la capacità di cogliere alterazioni precoci. È il caso del cosiddetto triangle test, che misura la capacità di riconoscere forme in movimento. In diversi studi, i soggetti che mostravano difficoltà in questo compito sono risultati maggiormente predisposti a sviluppare Alzheimer, in alcuni casi anche 10-12 anni dopo la somministrazione del test.
L’occhio non è solo lo “specchio dell’anima”
Esperimenti su modelli murini geneticamente predisposti all’Alzheimer hanno rivelato cambiamenti nella retina già nei primissimi mesi di vita, equivalenti a circa vent’anni prima dell’esordio umano. Questi dati rafforzano l’ipotesi che la retina sia uno dei primi “luoghi” in cui la malattia lascia tracce tangibili, molto prima che il cervello mostri danni evidenti con risonanze o PET.
La ricerca sfrutta strumenti sempre più sofisticati come l’angiografia tomografica a coerenza ottica (OCTA), che permette di osservare la microcircolazione retinica con estrema precisione. Integrata con algoritmi di deep learning, questa tecnologia ha mostrato un’accuratezza diagnostica molto elevata (AUC fino a 0,93), superando persino alcune metodiche cerebrali tradizionali.
Trasformare queste scoperte in strumenti clinici diffusi non è semplice. Servono studi longitudinali di lunga durata, approvazioni regolatorie, protocolli condivisi e sistemi di rimborso. Ma se confermati, questi test potrebbero rivoluzionare la prevenzione dell’Alzheimer, rendendo possibile una diagnosi decenni prima dei sintomi e aprendo la strada a terapie precoci e più efficaci.

