Gli ftalati sono composti chimici derivati dall’acido ftalico, usati da decenni per rendere la plastica più morbida e flessibile. Nel settore cosmetico non hanno una funzione diretta sulla pelle, ma vengono impiegati per stabilizzare profumi, aumentare la durata dello smalto, rendere più fluida la consistenza delle creme o come contaminanti non intenzionali provenienti dagli imballaggi. Tra i più comuni ci sono il DEHP (dietilesilftalato), il DBP (dibutilftalato) e il DEP (dietilftalato).
Perché sono considerati un rischio potenziale per la salute
Gli ftalati appartengono alla categoria degli interferenti endocrini: sostanze che possono alterare il sistema ormonale. Alcuni di essi mimano l’azione degli estrogeni, ormoni femminili che giocano un ruolo chiave nello sviluppo e nella crescita del seno. Poiché il cancro al seno è un tumore ormono-dipendente, l’ipotesi è che l’esposizione cronica a ftalati possa stimolare in modo anomalo la proliferazione delle cellule mammarie.
Le evidenze dai modelli cellulari e animali
Esperimenti in laboratorio hanno mostrato che alcuni ftalati attivano geni associati a crescita cellulare, resistenza ai farmaci e capacità invasiva delle cellule tumorali. Ad esempio, il DEHP ha dimostrato di aumentare l’espressione di proteine coinvolte nella sopravvivenza delle cellule maligne e nella metastatizzazione. Studi su animali hanno rilevato che l’esposizione prolungata può alterare lo sviluppo delle ghiandole mammarie e aumentare la suscettibilità a carcinogeni ambientali.
Studi sull’uomo: segnali e limiti
Le ricerche epidemiologiche sugli esseri umani sono ancora limitate. Uno studio condotto negli Stati Uniti su donne con diagnosi di cancro al seno ha trovato livelli più alti di metaboliti degli ftalati nelle urine rispetto a donne sane, suggerendo un legame possibile. Un altro lavoro ha collegato il DEHP a una maggiore probabilità di recidiva dopo la guarigione. Tuttavia, si tratta di studi osservazionali: non dimostrano un rapporto di causa-effetto certo, ma solo un’associazione che va approfondita.
Lo studio sulle donne che hanno sospeso i cosmetici
Uno dei dati più interessanti viene da una ricerca pubblicata su Chemosphere: un gruppo di donne ha sospeso per un mese l’uso di cosmetici contenenti ftalati e parabeni. Al termine, nelle loro cellule mammarie prelevate con biopsia sono stati osservati cambiamenti nell’espressione genica compatibili con un rischio minore di sviluppare tumore al seno. È uno studio piccolo e preliminare, ma rafforza l’idea che la riduzione dell’esposizione abbia effetti biologici misurabili.
Quanto siamo esposti davvero?
Le concentrazioni di ftalati nei cosmetici sono spesso basse e, secondo valutazioni ufficiali, non dovrebbero rappresentare un pericolo immediato. Tuttavia, la questione chiave è il cumulative effect: l’esposizione non avviene solo attraverso i cosmetici, ma anche tramite cibi confezionati, plastiche, polveri domestiche. Questo accumulo quotidiano, che dura anni, potrebbe rappresentare un fattore di rischio sottovalutato.
Precauzione e scelte consapevoli
Nell’attesa di dati più solidi, gli esperti consigliano un approccio prudente. Significa:
- scegliere prodotti con etichette “phthalate-free”;
- preferire cosmetici certificati bio o naturali;
- ridurre l’uso eccessivo di profumi e smalti a lunga durata;
- arieggiare la casa per limitare la presenza di ftalati nelle polveri.
Piccoli gesti quotidiani che, sommati, possono ridurre significativamente l’esposizione.
Conclusione: tra allarmi e realtà
La scienza non ha ancora stabilito un nesso causale diretto tra ftalati nei cosmetici e cancro al seno, ma i dati sperimentali e alcuni studi clinici indicano che il rischio non può essere ignorato. La vera sfida sarà condurre ricerche su larga scala, che tengano conto della lunga latenza del tumore al seno e della combinazione di più sostanze chimiche. Nel frattempo, i consumatori hanno la possibilità di fare scelte più informate, e le aziende cosmetiche la responsabilità di garantire la massima trasparenza.
Foto di pmv chamara su Unsplash

