Genoma ambientale umano recuperato in assenza di resti scheletrici

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Un team di ricerca internazionale, con a capo il professor Ron Pinhasi, Pere Gelabert e Susanna Sawyer dell’Università di Vienna e in collaborazione con Pontus Skoglund e Anders Bergström del Francis Crick Institute di Londra, ha utilizzato un innovativo approccio che permette di individuare il DNA in campioni di materiale ambientale, grazie all’impiego di numerose e vaste risorse di sequenziamento e all’analisi di un’enorme quantità di dati. Questo significa che gli studiosi sono stati in grado di rilevare del genoma ambientale umano anche in assenza di resti ossei.

 

Luogo e circostanze del ritrovamento di genoma ambientale umano

Il sequenziamento di tracce di un individuo umano nella grotta di Satsurblia, che risalgono a 15000 anni fa, prova che questa località ospitava l’uomo fin da diversi periodi del Paleolitico, mentre gli strati più antichi della grotta non contenevano alcun resto. La tecnica che i ricercatori hanno impiegato ha permesso il recupero di genoma ambientale umano dallo strato BIII della grotta, che risale a un’epoca precedente all’era glaciale, per la precisione a circa 25000 anni fa.

L’analisi del materiale genetico ha rivelato che il genoma ambientale umano SAT29 corrisponde a quello di una stirpe umana estinta che ha contribuito alla nascita delle attuali popolazioni dell’Ovest-Eurasia. Per convalidare i risultati, i ricercatori hanno confrontato il genoma con le sequenze genetiche provenienti dai resti ossei della vicina grotta di Dzudzuana, ottenendo prove definitive dell’esistenza di somiglianze genetiche. Questo fatto esclude inoltre la possibilità di una contaminazione moderna dei campioni.

Il prossimo passo della ricerca, apparsa sulla rivista Current Biology, sarà l’esecuzione di ulteriori analisi di campioni di suolo dalla grotta di Satsurblia, con l’obiettivo di scoprire le interazioni tra la fauna estinta e gli esseri umani e l’effetto dei cambiamenti climatici sulle popolazioni di mammiferi. La capacità di recuperare il DNA dai campioni di suolo permette di ricostruire l’evoluzione di interi ecosistemi del passato.

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