Lo scioglimento dei ghiacciai è diventato uno dei simboli più evidenti e drammatici del cambiamento climatico. Dai ghiacciai alpini a quelli andini, dalle Montagne Rocciose all’Himalaya, il ghiaccio arretra, si assottiglia e in molti casi scompare del tutto. Secondo le stime più recenti, ogni anno circa mille ghiacciai vengono persi definitivamente, con conseguenze che vanno ben oltre il paesaggio: diminuiscono le riserve di acqua dolce, si alterano ecosistemi fragili e intere comunità vedono minacciata la propria sopravvivenza.
Eppure, in questo scenario globale quasi uniforme, esiste un’eccezione che ha incuriosito e spiazzato i climatologi: un ghiacciaio situato sui monti Pamir, in Asia centrale, che sembra non solo resistere, ma addirittura crescere.
Il ghiacciaio che va controcorrente
La calotta glaciale Kon-Chukurbashi si trova a oltre 5.800 metri di quota, in una delle regioni più isolate del Tagikistan. I Pamir sono spesso chiamati il “Tetto del Mondo”, un crocevia di grandi catene montuose e un’area ancora poco studiata dal punto di vista glaciologico.
Mentre gran parte dei ghiacciai del pianeta mostra un bilancio di massa negativo – cioè perde più ghiaccio di quanto ne accumuli – Kon-Chukurbashi ha registrato per decenni una tendenza opposta. Le misurazioni satellitari e le osservazioni sul campo indicano un aumento del volume di ghiaccio, un’anomalia che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
Una spedizione per capire l’anomalia
Nel corso dell’ultimo anno, un team internazionale di ricercatori ha organizzato una spedizione in alta quota per prelevare campioni di ghiaccio direttamente dalla calotta. L’operazione non è stata semplice: condizioni estreme, difficoltà logistiche e isolamento rendono ogni missione sui Pamir un’impresa complessa.
I ricercatori sono riusciti a estrarre due carote di ghiaccio lunghe oltre 100 metri. Una è stata inviata all’Ice Memory Foundation, un archivio sotterraneo in Antartide che conserva campioni di ghiaccio come memoria climatica per le generazioni future. L’altra è arrivata in Giappone, all’Università di Hokkaido, dove verrà analizzata per ricostruire la storia climatica della regione.
Ghiaccio come archivio del passato
Ogni strato di ghiaccio racconta una storia. Le carote estratte da Kon-Chukurbashi contengono polveri, sedimenti e bolle d’aria che permettono di ricostruire fino a 30.000 anni di condizioni atmosferiche: temperature, precipitazioni, circolazione dei venti e persino eventi estremi come tempeste di sabbia.
Il colore giallastro osservato in alcuni strati, dovuto all’elevata presenza di sedimenti, è per gli scienziati un segnale prezioso. Indica che il ghiacciaio ha accumulato materiale nel tempo senza essere completamente rimescolato o fuso, confermando la sua relativa stabilità.
Perché questo ghiacciaio cresce?
Le ipotesi sono diverse e nessuna è ancora definitiva. Una delle più accreditate riguarda le particolari condizioni climatiche locali. I Pamir ricevono precipitazioni nevose in periodi dell’anno diversi rispetto ad altre catene montuose, e l’alta quota riduce l’impatto delle temperature più elevate.
Inoltre, la circolazione atmosferica in Asia centrale potrebbe favorire un apporto costante di neve, compensando la fusione estiva. In pratica, Kon-Chukurbashi potrebbe trovarsi in una sorta di microclima che lo protegge temporaneamente dagli effetti più evidenti del riscaldamento globale.
Un’eccezione che non salva la regola
Comprendere il meccanismo alla base di questa resilienza è uno degli obiettivi principali dello studio. Se si riuscisse a capire perché questo ghiacciaio cresce, alcune dinamiche potrebbero essere applicate ai modelli climatici globali, migliorando le previsioni future.
Tuttavia, gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Studi recenti indicano che anche nei Pamir le nevicate stanno diminuendo negli ultimi anni. Questo significa che la “resistenza” del ghiacciaio potrebbe essere temporanea, destinata a cedere se le condizioni climatiche continueranno a cambiare.
Un segnale, non una consolazione
Il ghiacciaio del Tetto del Mondo non è la prova che il cambiamento climatico sia meno grave del previsto. Al contrario, è un promemoria della complessità del sistema Terra. Le eccezioni esistono, ma non annullano la tendenza globale.
Anzi, proprio perché Kon-Chukurbashi rappresenta un’anomalia, studiarlo oggi è fondamentale. Potrebbe offrirci informazioni preziose su ciò che stiamo perdendo altrove e su quanto sia sottile il confine tra resilienza e collasso. Anche l’ultimo ghiacciaio che resiste, infatti, potrebbe non farlo ancora a lungo.
Foto di Sandro Cisternas da Pixabay

