Il poema che ha ingannato gli storici: la peste nera e il mistero del maqāma arabo

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Per secoli, studiosi e cronisti hanno ritenuto che un antico testo arabo, scritto nel pieno della peste nera, rappresentasse una testimonianza diretta della diffusione dell’epidemia.
Il poema in questione è un maqāma — una forma di narrazione poetica e in prosa ritmica tipica della letteratura araba medievale — composto nel 1348/49 dal poeta e storico Ibn al-Wardī, ad Aleppo.

Per lungo tempo, la sua opera è stata letta come una cronaca dettagliata: un viaggio mortale del contagio che, partendo da lontane terre dell’Est, avrebbe attraversato la Cina, l’India, la Persia, fino a raggiungere il Mar Nero e infine l’Egitto e la Siria.

Ma un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Arabic and Islamic Studies, ha ribaltato completamente questa interpretazione, dimostrando che non si trattava affatto di un resoconto storico, bensì di un racconto allegorico e simbolico.

La scoperta che riscrive la storia della peste nera

Secondo la ricerca guidata dalla storica Nahyan Fancy, l’intera ricostruzione tradizionale della diffusione della peste lungo la Via della Seta si fondava su un fraintendimento.
Il testo di Ibn al-Wardī, infatti, non riportava fatti realmente accaduti, ma un intreccio narrativo in cui un uomo misterioso viaggia da una regione all’altra portando distruzione e morte.

Per secoli, questo “viaggio” era stato interpretato letteralmente come la traccia del batterio Yersinia pestis che attraversava i continenti. In realtà, spiega Fancy, “tutti i percorsi che portano alla descrizione errata della diffusione della peste convergono su questo testo: è come se fosse al centro di una ragnatela di miti”.

Il maqāma non era una cronaca sanitaria, ma un racconto simbolico della paura, costruito per dare forma all’invisibile. Era il modo con cui una società medievale, priva di conoscenze mediche moderne, cercava di comprendere l’incomprensibile: la morte improvvisa, il contagio, il caos.

Quando la poesia diventa un modo per sopravvivere

Questa nuova interpretazione non solo corregge un errore storiografico durato sette secoli, ma apre anche uno sguardo sorprendente sulla psicologia collettiva dell’epoca.
Il maqāma di Ibn al-Wardī — con la sua trama di viaggi e distruzioni — può essere letto come una forma di elaborazione culturale del trauma.
Di fronte a un’epidemia devastante, gli esseri umani non reagiscono solo con paura o superstizione: reagiscono anche con creatività.

Come osservano gli studiosi, la narrazione, la poesia e la scrittura diventano strumenti di resistenza emotiva.
Durante la pandemia di Covid-19, ad esempio, abbiamo visto emergere dinamiche simili: persone che cucinano, dipingono, scrivono o condividono online per ritrovare un senso di controllo.

Nello stesso modo, i maqāma del XIV secolo rappresentavano una risposta collettiva alla crisi: non spiegavano il contagio, ma aiutavano a convivere con l’angoscia.

Dal Medioevo a oggi: la forza della narrazione nelle crisi

La riscoperta del vero significato del poema di Ibn al-Wardī ci ricorda che la narrazione è uno dei più antichi strumenti di sopravvivenza dell’uomo.
Ogni epoca ha i suoi modi per raccontare la paura: nel Trecento erano i versi in prosa ritmica; oggi sono i social, i diari digitali o le storie condivise online.

Ma la funzione resta la stessa: trasformare il disordine in significato, dare un volto al male invisibile, creare connessioni in tempi di isolamento.

Il caso del maqāma di Ibn al-Wardī è un esempio perfetto di come la letteratura possa ingannare gli storici ma rivelare, in profondità, la verità umana. Non racconta la cronaca della peste nera, bensì la cronaca di come gli uomini tentarono di sopravvivere ad essa.

Oltre il mito: la peste come metafora universale

In definitiva, il nuovo studio non riduce l’importanza del testo di Ibn al-Wardī — anzi, la amplifica.
Ci mostra come la creatività sia una forma di intelligenza emotiva collettiva, un ponte tra il dolore e la speranza.
Quel poema, per secoli frainteso, non è più solo un documento della peste: è la testimonianza di una umanità che, anche nel buio, continua a raccontare per non perdersi.

Foto di Enrique da Pixabay

Federica Vitale
Federica Vitalehttps://federicavitale.com
Ho studiato Shakespeare all'Università e mi ritrovo a scrivere di tecnologia, smartphone, robot e accessori hi-tech da anni! La SEO? Per me è maschile, ma la rispetto ugualmente. Quando si suol dire "Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere" (Amleto, l'atto indovinatelo voi!)

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