Per capire perché alcune persone invecchiano meglio di altre, gli scienziati stanno osservando un compagno che vive accanto a noi da millenni: il cane domestico. Uno studio pubblicato nel 2026 su The Journals of Gerontology: Series A ha trovato una sorprendente somiglianza tra cani ed esseri umani nei biomarcatori metabolici associati alla mortalità. Analizzando il sangue degli animali, i ricercatori hanno scoperto che molte piccole molecole associate a una maggiore o minore probabilità di sopravvivenza mostrano tendenze analoghe nelle persone. Il risultato rafforza l’idea che studiare l’invecchiamento dei cani possa fornire indizi importanti anche sulla longevità umana.
Perché proprio i cani e non soltanto i topi
Gran parte delle nostre conoscenze sull’invecchiamento deriva da organismi da laboratorio come topi, moscerini e vermi. Sono modelli indispensabili, ma vivono in ambienti estremamente controllati. I cani da compagnia, invece, respirano la nostra stessa aria, bevono spesso la stessa acqua, sono esposti a molti degli stessi inquinanti e condividono parte delle nostre abitudini. Ricevono inoltre cure veterinarie sofisticate e sviluppano spontaneamente numerose patologie legate all’età, tra cui tumori, problemi cardiaci e deterioramento cognitivo. Allo stesso tempo vivono molto meno di noi, consentendo di osservare l’intero processo di invecchiamento in tempi decisamente più brevi.
Uno studio su centinaia di animali seguiti nel tempo
La nuova ricerca nasce dal Dog Aging Project, un grande studio longitudinale statunitense che ha raccolto informazioni su decine di migliaia di cani. Per l’analisi dei biomarcatori, gli scienziati si sono concentrati su 937 animali appartenenti alla Precision Cohort, un gruppo studiato in particolare dettaglio. Hanno analizzato il metaboloma plasmatico, cioè l’insieme delle piccole molecole presenti nel sangue prodotte dal metabolismo. Successivamente hanno verificato quali metaboliti fossero associati alla mortalità nel corso del follow-up e hanno confrontato questi risultati con quelli provenienti da studi indipendenti condotti sull’uomo.
Le stesse molecole sembrano raccontare storie simili
È qui che è emerso il risultato più intrigante. L’effetto dei singoli metaboliti sulla mortalità per tutte le cause nei cani mostrava una correlazione forte e statisticamente significativa con quello osservato nelle popolazioni umane. In altre parole, se una determinata caratteristica metabolica era associata a una maggiore probabilità di morte nei cani, tendeva a esserlo anche nelle persone, e viceversa. Gli autori parlano di una possibile firma metabolica della mortalità condivisa tra le due specie. Non significa che esista una singola “molecola della longevità”, ma che alcuni processi biologici dell’invecchiamento potrebbero essere sorprendentemente conservati.
Metabolismo e invecchiamento sono strettamente collegati
Il metaboloma è particolarmente interessante perché si trova all’incrocio tra genetica, alimentazione, microbioma, attività fisica, malattie e ambiente. A differenza del DNA, relativamente stabile durante la vita, le concentrazioni dei metaboliti possono cambiare continuamente e riflettere ciò che sta accadendo nell’organismo. Identificare firme metaboliche associate a un invecchiamento più sano potrebbe quindi aiutare a comprendere quali meccanismi accompagnano la longevità e quali, invece, anticipano malattie e mortalità. Il fatto che alcune di queste associazioni siano condivise da uomini e cani offre ai ricercatori un modello intermedio tra gli esperimenti di laboratorio e i lunghissimi studi sulla popolazione umana.
Anche l’Italia sta studiando i cani che invecchiano
Questa prospettiva non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Nel 2026 ricercatori dell’Università di Padova e di altre istituzioni hanno descritto il progetto OLD-DOG, avviato per verificare sistematicamente quanto il cane possa essere un modello dell’invecchiamento umano. Lo studio prospettico cerca biomarcatori capaci di prevedere healthspan – gli anni trascorsi in buona salute – e durata della vita. Gli autori sottolineano però che non esiste ancora un insieme definitivamente validato di biomarcatori dell’età biologica canina. È proprio questo uno degli obiettivi da raggiungere prima di poter trasferire eventuali scoperte alla medicina umana.
I cani potrebbero accelerare anche la ricerca sui trattamenti
Il vantaggio della loro vita relativamente breve permette inoltre di testare più rapidamente alcune ipotesi della geroscienza, disciplina che cerca di intervenire sui meccanismi biologici dell’invecchiamento anziché affrontare separatamente ogni singola malattia. Il Dog Aging Project comprende, per esempio, TRIAD, uno studio clinico randomizzato e controllato progettato per verificare se la rapamicina possa migliorare alcuni parametri di salute e prolungare la sopravvivenza nei cani sani di mezza età. Questo non significa che il farmaco sia stato dimostrato capace di allungare la vita delle persone: l’interesse scientifico consiste proprio nel verificare sperimentalmente se determinati meccanismi siano trasferibili da una specie all’altra.
Non abbiamo trovato la formula per vivere più a lungo
La scoperta va quindi interpretata con cautela. I metaboliti identificati sono biomarcatori associati alla mortalità, non necessariamente le sue cause: modificarne artificialmente la concentrazione non garantirebbe di prolungare la vita. E cani ed esseri umani rimangono specie biologicamente differenti. La forza di questo modello sta però nella straordinaria combinazione di caratteristiche condivise: diversità genetica, ambiente domestico, malattie spontanee e assistenza sanitaria, il tutto condensato in una vita molto più breve. Se queste somiglianze verranno confermate, i nostri compagni a quattro zampe potrebbero aiutarci non soltanto a capire come far vivere i cani più a lungo e in salute, ma anche a decifrare alcuni dei processi che determinano il modo in cui invecchiamo noi.
