Quando pensiamo alla Luna, immaginiamo una superficie deserta, priva di atmosfera e sottoposta a condizioni apparentemente incompatibili con la vita. Eppure, secondo una nuova ricerca condotta da scienziati della NASA, alcune forme di vita microscopiche terrestri potrebbero riuscire a sopravvivere almeno temporaneamente in determinate zone del polo sud lunare.
La scoperta non significa che la Luna sia abitata da batteri o funghi, né dimostra l’esistenza di una forma di vita lunare. Il punto è un altro, e riguarda direttamente il futuro dell’esplorazione spaziale: gli esseri umani potrebbero portare involontariamente sulla Luna microrganismi capaci di resistere in ambienti molto più estremi di quanto immaginassimo.
La ricerca, pubblicata su Science Advances, ha analizzato proprio questa possibilità, individuando alcune aree che potrebbero funzionare come vere e proprie “nicchie di sopravvivenza” microbica.
Il problema non è soltanto trovare vita
L’aspetto più delicato della questione riguarda la cosiddetta contaminazione biologica. Quando una sonda robotica raggiunge un altro corpo celeste, viene sottoposta a procedure di sterilizzazione estremamente rigorose. Le missioni umane presentano però un problema molto più complesso: non è possibile sterilizzare completamente una persona.
Il corpo umano ospita naturalmente una quantità enorme di microrganismi. Batteri e funghi fanno parte della nostra pelle, delle mucose e dell’ambiente che ci circonda. Alcuni possono essere trasferiti agli indumenti, agli strumenti, alle superfici degli habitat e alle tute spaziali.
Questo significa che ogni astronauta che cammina sulla superficie lunare potrebbe lasciare dietro di sé una sorta di impronta biologica invisibile.
Ed è proprio questo che preoccupa gli scienziati. Se un giorno venissero individuate molecole organiche o altre possibili tracce biologiche sulla Luna o, soprattutto, su Marte, sarebbe fondamentale poter stabilire se siano realmente originarie di quell’ambiente oppure se siano state trasportate accidentalmente dalla Terra.
Il polo sud lunare è un laboratorio naturale
La ricerca si è concentrata sul polo sud della Luna, una delle regioni oggi più interessanti per l’esplorazione spaziale. La particolare inclinazione dell’asse lunare fa sì che il Sole rimanga molto basso sull’orizzonte nelle regioni polari.
La conseguenza è sorprendente: montagne, creste e pareti dei crateri possono impedire alla luce solare di raggiungere alcune aree per periodi estremamente lunghi.
Si creano così zone permanentemente o quasi permanentemente in ombra, nelle quali le temperature possono rimanere molto basse e alcune sostanze possono conservarsi più a lungo. Queste aree rappresentano uno degli obiettivi principali della futura esplorazione lunare anche per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua.
Ma l’ombra ha anche un’altra conseguenza. Riducendo l’esposizione alla radiazione solare e soprattutto ai raggi ultravioletti, può creare condizioni meno ostili per alcuni microrganismi.
Non significa che queste zone siano ambienti favorevoli alla vita. Significa che, rispetto alla superficie lunare direttamente esposta al Sole, potrebbero offrire rifugi microscopici nei quali alcuni organismi terrestri riuscirebbero a rimanere vitali più a lungo.
Cinque microrganismi messi alla prova
Gli scienziati hanno preso in considerazione diversi microrganismi già noti per la loro capacità di resistere alle condizioni del volo spaziale o che sono comunemente associati all’uomo.
Tra questi c’è Aspergillus niger, un fungo molto comune negli ambienti terrestri, insieme a Bacillus subtilis, Staphylococcus aureus, Deinococcus radiodurans e diverse specie di Fusarium.
Particolarmente interessante è proprio Aspergillus niger. Il fungo non viene normalmente classificato tra i più estremofili, eppure precedenti esperimenti condotti sulla Stazione Spaziale Internazionale hanno mostrato una sorprendente capacità di resistenza anche in condizioni spaziali.
Il nuovo studio ha utilizzato informazioni relative alla resistenza dei microrganismi al calore e alle radiazioni ultraviolette, combinandole con mappe dettagliate della superficie lunare.
Gli scienziati hanno quindi simulato le condizioni presenti in tre aree del polo sud: il bordo del cratere Nobile, una cresta tra i crateri Shackleton e De Gerlache e il bordo del cratere De Gerlache.
Il risultato è stato una sorta di mappa delle possibili aree di sopravvivenza microbica.
Sopravvivere non significa riprodursi
C’è però una distinzione fondamentale da fare, perché il termine “sopravvivenza” potrebbe facilmente essere interpretato in maniera eccessiva.
Nello studio, sopravvivere significa che il microrganismo potrebbe rimanere vitale per almeno un giorno terrestre nelle condizioni considerate. Non significa necessariamente che riesca a crescere, moltiplicarsi o colonizzare l’ambiente lunare.
Questa differenza è fondamentale.
La superficie della Luna rimane infatti uno degli ambienti più estremi conosciuti: vuoto quasi totale, radiazioni, temperature estreme e assenza di acqua liquida stabile rendono estremamente difficile immaginare una vera proliferazione microbica.
Il risultato della ricerca è quindi molto più circoscritto, ma non per questo meno importante: alcuni microrganismi terrestri potrebbero non morire immediatamente se accidentalmente depositati in determinate zone protette.
Dalla Luna a Marte
La questione assume una dimensione ancora più importante pensando alle future missioni su Marte.
La ricerca di eventuali tracce di vita passata o presente sul Pianeta Rosso richiederà infatti strumenti estremamente sensibili. Se gli esseri umani dovessero portare con sé microrganismi terrestri, il rischio sarebbe quello di confondere una contaminazione con una scoperta.
Per questo gli scienziati insistono sulla necessità di conoscere nel modo più preciso possibile la composizione chimica e biologica degli ambienti extraterrestri prima dell’arrivo dell’uomo.
La Luna potrebbe diventare, paradossalmente, il primo grande banco di prova. Non soltanto per imparare a vivere fuori dalla Terra, ma anche per capire quanto sia difficile impedire alla vita terrestre di seguirci.
Il futuro dell’esplorazione passa anche dalla contaminazione
La scoperta introduce quindi una prospettiva insolita nella nuova corsa alla Luna. Le future missioni non dovranno preoccuparsi soltanto di atterrare, costruire habitat e utilizzare le risorse locali. Dovranno anche gestire una presenza invisibile: quella dei microrganismi che inevitabilmente accompagnano ogni essere umano.
E c’è un paradosso affascinante. Da una parte cerchiamo tracce di vita oltre la Terra; dall’altra dobbiamo assicurarci di non portare noi stessi quelle tracce.
Le “nicchie di sopravvivenza” individuate dalla ricerca non dimostrano che la Luna possa sostenere una biosfera terrestre. Dimostrano però che la frontiera tra ciò che consideriamo biologicamente impossibile e ciò che può realmente sopravvivere in condizioni estreme è più complessa di quanto pensassimo.
Quando torneremo sulla Luna, dunque, non arriveranno soltanto astronauti e strumenti scientifici. Arriverà anche una piccola parte invisibile della Terra. E capire dove può sopravvivere sarà essenziale per sapere, in futuro, cosa abbiamo davvero trovato lassù.
