I nostri movimenti oculari ci aiutano a recuperare i ricordi

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Spesso la memoria è come un gioco d’ipotesi: riceviamo informazioni frammentarie, rumorose o degradate dall’ambiente sensoriale e, quindi, dobbiamo “riempire” gli spazi vuoti. Vedere una faccia sfocata in lontananza o ascoltare una nota di una canzone familiare può portare all’improvviso al ricordo di un amico o al ritornello incessante di una canzone o di una melodia.

 

Modelli di movimento degli occhi

Si ritiene che questa notevole capacità si basi su un processo neurocomputazionale chiamato “completamento del modello“, che si riferisce al recupero di una rappresentazione di memoria completa da un input parziale o degradato, mentre il processo complementare di “separazione di pattern” si riferisce alla trasformazione di voci simili in diverse tracce di memoria.

In questo contesto, i risultati di un recente studio condotto da scienziati del Rotman Research Institute di Baycrest hanno scoperto che i partecipanti spostavano gli occhi per determinare se avevano già visto un’immagine prima e che i loro schemi di movimento degli occhi potevano prevedere errori il ricordo.

Il team di ricerca ha ottenuto questi risultati utilizzando un’innovativa tecnica di tracciamento degli occhi sviluppato per misurare la sovrapposizione tra i modelli di sguardo specifici dei partecipanti, nonché gli stimoli durante la codifica.

Per lo studio, i ricercatori hanno chiesto a 57 giovani adulti (43 donne) dai 19 ai 35 anni di età, con vista normale o corretta, di memorizzare una serie di 30 nuove immagini su uno schermo.

Quindi, hanno visto un’altra serie di immagini, che questa volta conteneva alcune viste in precedenza e alcune nuove ma simili. È stato quindi chiesto loro di indicare se avevano visto le immagini per la prima volta o se le avevano già viste prima.

 

Valutare il recupero dei ricordi

Nel corso di entrambe le fasi, i ricercatori hanno monitorato i movimenti oculari dei partecipanti. Ogni immagine è stata mostrata brevemente, da 250 millisecondi a 750 millisecondi, prima che venisse loro istruito a vederla guardando uno schermo vuoto.

I partecipanti sono stati molto precisi nell’identificare le immagini viste in precedenza, con un punteggio di quasi il 90 percento. I ricercatori hanno notato che le loro risposte avevano maggiori probabilità di essere corrette se i movimenti degli occhi erano gli stessi di quelli registrati quando hanno visto inizialmente l’immagine.

D’altra parte, i partecipanti hanno avuto prestazioni inferiori di fronte a una nuova immagine ma simile a quella già vista. In quest’ultimo caso, più partecipanti hanno ripetuto il loro schema di visualizzazione iniziale, invece di concentrarsi sui diversi aspetti dell’immagine, ed è probabile che abbiano identificato erroneamente l’immagine come vista in precedenza.

Per emulare situazioni del mondo reale in cui non disponiamo di informazioni complete, i ricercatori hanno utilizzato versioni di immagini incomplete o “degradate”. Questo variava dallo 0 all’80 percento di degrado, sotto forma di quadrati grigi che coprivano parti dell’immagine. Sorprendentemente, anche quando l’immagine si è degradata dell’80%, le prestazioni si sono rivelate migliori del semplice indovinare, riflettendo la forza del processo di completamento del modello.

Questi risultati, spiegano gli autori dello studio, forniscono prove che collegano il ripristino dello sguardo con il completamento del modello e promuovono un ruolo funzionale dei movimenti oculari nel recupero della memoria.

Federica Vitale
Federica Vitalehttps://federicavitale.com
Ho studiato Shakespeare all'Università e mi ritrovo a scrivere di tecnologia, smartphone, robot e accessori hi-tech da anni! La SEO? Per me è maschile, ma la rispetto ugualmente. Quando si suol dire "Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere" (Amleto, l'atto indovinatelo voi!)

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