Immaginare una terapia contro il tumore al seno senza chemioterapia può sembrare ancora oggi uno scenario lontano, ma la ricerca sta esplorando strade sempre più sofisticate per colpire le cellule cancerose cercando, allo stesso tempo, di preservare i tessuti sani. Tra queste c’è una tecnologia apparentemente semplice: l’impiego di campi elettromagnetici pulsati a bassa intensità, conosciuti con l’acronimo PEMF.
Un gruppo di ricercatori della National University of Singapore (NUS) ha studiato proprio questa possibilità, ottenendo risultati incoraggianti in modelli preclinici. Il lavoro, pubblicato nel giugno 2026 sulla rivista Smart Medicine, ha analizzato il modo in cui brevi esposizioni a campi elettromagnetici pulsati possono modificare l’ambiente biologico che circonda il tumore e stimolare una risposta antitumorale.
Il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione è quello relativo ai modelli preclinici: secondo le comunicazioni diffuse dal gruppo di ricerca, quattro sessioni da 30 minuti hanno portato alla completa eradicazione dei tumori nel 75% dei modelli preclinici testati. È però fondamentale sottolineare che si tratta di risultati ottenuti nella fase sperimentale e non significa che il 75% delle pazienti con tumore al seno possa oggi guarire con questa tecnica. La distanza tra un risultato preclinico e una terapia oncologica disponibile è ancora significativa.
Come funzionano i campi elettromagnetici pulsati?
I PEMF, ovvero campi elettromagnetici pulsati, utilizzano impulsi magnetici intermittenti e di bassa intensità. L’interesse nei loro confronti nasce anche dalla possibilità di applicarli in maniera localizzata e non invasiva, senza ricorrere necessariamente a un intervento chirurgico o alla somministrazione di un farmaco.
Il gruppo guidato da Alfredo Franco-Obregón, ricercatore della National University of Singapore, sta studiando da anni l’interazione tra questi campi e i processi cellulari. Già precedenti ricerche avevano evidenziato una particolare vulnerabilità delle cellule tumorali ai PEMF e il coinvolgimento del canale TRPC1, una proteina presente sulla membrana cellulare.
Nel lavoro più recente, tuttavia, il meccanismo diventa ancora più interessante perché coinvolge direttamente il sistema immunitario presente all’interno del tumore.
Il bersaglio non è soltanto la cellula tumorale
All’interno di un tumore non ci sono esclusivamente cellule cancerose. Esiste un vero e proprio microambiente tumorale, composto anche da cellule immunitarie, vasi sanguigni e altre componenti che possono influenzare la crescita della malattia.
Tra queste ci sono i macrofagi associati al tumore, indicati come TAM. In determinate condizioni, queste cellule immunitarie possono assumere un comportamento favorevole al tumore, contribuendo alla sua crescita e alla sua capacità di sfuggire alle difese dell’organismo.
La ricerca della NUS prova a cambiare proprio questo comportamento. I campi elettromagnetici pulsati sembrano infatti riuscire a riprogrammare i macrofagi, favorendo il passaggio verso uno stato definito M1, caratterizzato da una maggiore attività antitumorale.
È come se la terapia non si limitasse a cercare di distruggere direttamente il tumore, ma provasse anche a cambiare il comportamento delle cellule che lo circondano.
Che ruolo ha il canale TRPC1?
Uno degli elementi centrali della ricerca è il TRPC1, un canale presente sulla membrana cellulare che sembra partecipare alla risposta delle cellule agli stimoli prodotti dai campi elettromagnetici.
Secondo lo studio, l’attivazione di TRPC1 innesca una cascata di segnali intracellulari che coinvolge la via STING e il fattore di trascrizione NF-κB, favorendo la riprogrammazione dei macrofagi verso un fenotipo maggiormente antitumorale. Quando TRPC1 veniva ridotto o inibito, gli effetti osservati diminuivano, fornendo ulteriori elementi a sostegno del suo ruolo nel processo.
Il risultato finale è particolarmente interessante: i macrofagi riprogrammati aumentano la loro capacità di fagocitare le cellule tumorali, cioè di riconoscerle e inglobarle.
Negli esperimenti sono stati osservati questi fenomeni in colture cellulari, modelli tridimensionali di tumore e, successivamente, in modelli animali. Nei topi, due settimane di esposizioni PEMF due volte alla settimana hanno portato alla regressione dei tumori impiantati e a una maggiore presenza di cellule immunitarie nel tessuto tumorale.
Perché si parla di una possibile alternativa alla chemioterapia?
La prospettiva più interessante riguarda la possibilità di sviluppare, in futuro, una terapia non farmacologica e non invasiva capace di intervenire sul tumore attraverso un meccanismo biologico differente.
La chemioterapia agisce attraverso farmaci che possono avere effetti anche su cellule sane e, proprio per questo, può essere accompagnata da effetti collaterali importanti. Una tecnologia basata sui PEMF punta invece a sfruttare specifiche caratteristiche biologiche delle cellule tumorali e del loro microambiente.
Ma parlare oggi di alternativa alla chemioterapia sarebbe prematuro. La ricerca della NUS dimostra un potenziale terapeutico, non una nuova terapia oncologica già pronta per essere utilizzata nella pratica clinica.
La stessa NUS indica infatti che la piattaforma PEMF è stata sottoposta a studi clinici di fase 1 orientati alla sicurezza, mentre l’efficacia terapeutica nei pazienti richiede ulteriori sperimentazioni.
Dal laboratorio alle pazienti: il passaggio più difficile
È proprio questo il punto che spesso rischia di perdersi quando una scoperta scientifica viene trasformata in una notizia: un risultato ottenuto in laboratorio non equivale ancora a una cura.
Un trattamento oncologico deve dimostrare non soltanto di essere capace di ridurre un tumore, ma anche di essere sicuro, riproducibile, efficace in persone diverse e compatibile con le caratteristiche biologiche dei differenti sottotipi di carcinoma mammario. Servono studi clinici progressivi, con un numero crescente di partecipanti, per stabilire dosaggi, modalità di applicazione, benefici effettivi e possibili effetti indesiderati.
La ricerca sui PEMF è quindi da considerare soprattutto come una promettente linea sperimentale, non come una terapia che oggi può sostituire i trattamenti oncologici consolidati.
Una nuova idea di terapia: intervenire anche sull’ambiente del tumore
La vera novità di questa ricerca potrebbe trovarsi proprio qui. Per molto tempo la lotta contro il cancro è stata raccontata soprattutto come una battaglia contro la cellula tumorale. La ricerca contemporanea mostra invece quanto sia importante considerare il microambiente tumorale, cioè tutto ciò che circonda e interagisce con il tumore.
Modificare il comportamento dei macrofagi significa, in qualche modo, provare a trasformare una parte dell’ambiente che sostiene la malattia in un elemento capace di contrastarla.
I risultati della National University of Singapore aggiungono quindi un tassello a una ricerca molto più ampia, nella quale immunologia, metabolismo cellulare, oncologia e bioingegneria stanno iniziando a incontrarsi. I campi magnetici pulsati potrebbero rappresentare, in futuro, uno degli strumenti attraverso cui modulare questi processi.
Per ora, però, la parola più corretta rimane ricerca. Il 75% osservato nei modelli preclinici è un dato significativo e merita attenzione, ma non può essere trasferito direttamente alle persone. Saranno gli studi clinici a stabilire se ciò che oggi funziona nei modelli sperimentali potrà diventare davvero una nuova possibilità terapeutica per le pazienti con tumore al seno.
Ed è proprio in questo passaggio, spesso meno spettacolare di una percentuale o di una scoperta annunciata come rivoluzionaria, che si misura il valore della scienza: trasformare un’ipotesi promettente in una terapia sicura, verificata e realmente utile alle persone.
Ho mantenuto volutamente il 75% ma specificando sempre “modelli preclinici”, perché è la distinzione scientificamente più importante. Inoltre, la ricerca più recente mostra che il ruolo di TRPC1 è legato soprattutto alla riprogrammazione dei macrofagi e all’attivazione dell’asse TRPC1-STING, non a una semplice autodistruzione diretta delle cellule tumorali tramite calcio.
Foto di Engin Akyurt da Pixabay
