La plastica è ormai quasi onnipresente ed è un problema soprattutto considerandone la quantità legata al cibo che mangiamo tutti i giorni. Una sperimentazione controllata condotta in Australia ha confrontato diverse strategie per ridurre l’uso di tale sostanza durante l’acquisto, la conservazione e la preparazione degli alimenti. Dopo appena sette giorni, i partecipanti che seguivano una dieta con il minor contatto possibile presentavano livelli urinari di alcune sostanze associate fino al 60% inferiori rispetto al gruppo di controllo.
La plastica nel cibo e nel corpo
I ricercatori si stanno concentrando soprattutto su ftalati e bisfenoli, sostanze utilizzate nella produzione della plastica e capaci di trasferirsi agli alimenti. Gli ftalati vengono impiegati come plastificanti e possono passare negli alimenti dalle confezioni, ma anche dalle posate e piatti di plastica mentre i bisfenoli, tra cui BPA e BPS, possono provenire dai rivestimenti interni delle lattine, bottiglie e altro. In una prima analisi su 211 persone, tutti i partecipanti avevano eliminato quotidianamente attraverso le urine almeno sei metaboliti associati a sostanze plastiche.
Nella seconda fase, 60 partecipanti sono stati divisi in gruppi sottoposti a diverse combinazioni di interventi. Alcuni hanno consumato alimenti prodotti e confezionati con il minor contatto possibile con la plastica mentre altri hanno inoltre utilizzato esclusivamente utensili e strumenti da cucina privi di plastica, mentre un altro gruppo ha sostituito i prodotti per la cura personale. Il gruppo con la combinazione di alimenti a basso contatto e utensili alternativi ha ottenuto una diminuzione tra il 40% e il 60%.
Gli ftalati e i bisfenoli hanno una breve permanenza nell’organismo e vengono eliminati relativamente rapidamente, motivo per cui i cambiamenti sono stati osservabili già dopo una settimana. Tuttavia, non è ancora chiaro quale sia il livello di esposizione realmente sicuro né quali siano gli effetti a lungo termine di queste sostanze. Diversi studi epidemiologici hanno trovato associazioni tra l’esposizione a queste sostanze e problemi come malattie cardiovascolari, sindrome metabolica e infertilità, ma queste associazioni non dimostrano necessariamente un rapporto causale.
