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Sedentarietà, l’Italia paga un conto da 6,7 miliardi: un adulto su tre non fa abbastanza movimento

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L’Italia conquista medaglie, celebra campioni e considera lo sport parte della propria identità, eppure nella vita quotidiana continua a muoversi troppo poco. I dati dell’Osservatorio Valore Sport mostrano una contraddizione significativa: circa un italiano su tre è sedentario e la grande maggioranza della popolazione non raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati. Nel rapporto 2026, l’81% degli adulti italiani risulta infatti sotto le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tra gli adolescenti di 11-15 anni la quota sale addirittura al 92,1%. La sedentarietà, dunque, non è più soltanto una questione di abitudini personali, ma un problema di salute pubblica.

Non fare sport e non muoversi non sono esattamente la stessa cosa

C’è però una distinzione importante. Attività fisica e sport non sono sinonimi. Non frequentare una palestra o non praticare una disciplina sportiva non significa necessariamente essere completamente inattivi: camminare velocemente, andare in bicicletta, fare giardinaggio, salire le scale o svolgere lavori fisicamente impegnativi contribuisce comunque al movimento quotidiano. Allo stesso modo, andare in palestra due volte alla settimana non cancella necessariamente gli effetti di molte ore trascorse seduti. Il problema da affrontare è quindi più ampio della semplice partecipazione sportiva: bisogna aumentare il movimento complessivo nella vita delle persone.

Il conto economico arriva a 6,7 miliardi

L’impatto della sedentarietà si misura anche in euro. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Valore Sport, nel 2023 la sola inattività fisica ha generato un costo di circa 5,9 miliardi di euro, tra costi diretti e indiretti. A questi si aggiungono circa 774 milioni collegati all’associazione con altri comportamenti sfavorevoli, come fumo, consumo di alcol e alimentazione poco equilibrata. Il conto complessivo arriva così a 6,7 miliardi di euro l’anno. La sola componente legata alla sedentarietà equivaleva al 2,6% della spesa sanitaria nazionale.

Perché stare fermi pesa sulla salute

Il problema nasce dalle conseguenze che una vita poco attiva può avere nel corso degli anni. L’inattività fisica è associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alcuni tumori e mortalità prematura. Muoversi regolarmente, al contrario, contribuisce al controllo della pressione arteriosa e della glicemia, aiuta a preservare muscoli e ossa e produce benefici anche sul benessere psicologico. L’attività fisica non rappresenta quindi soltanto uno strumento per dimagrire o migliorare l’aspetto fisico: è una componente della prevenzione delle malattie croniche e dell’invecchiamento in salute.

Il problema comincia già tra bambini e adolescenti

I dati più preoccupanti riguardano proprio le nuove generazioni. Secondo il rapporto, oltre nove ragazzi italiani su dieci tra 11 e 15 anni non raggiungono i livelli raccomandati di attività fisica. Il problema si intreccia con quello dell’accessibilità: quasi il 60% degli edifici scolastici italiani non dispone di una palestra, con percentuali ancora maggiori in alcune regioni meridionali. Se bambini e adolescenti crescono in ambienti nei quali muoversi è difficile, trasformare l’attività fisica in un’abitudine permanente diventa inevitabilmente più complicato. La prevenzione della sedentarietà deve quindi iniziare molto prima dell’età adulta.

Anche il luogo in cui nasci può fare la differenza

L’accesso allo sport in Italia rimane inoltre segnato da forti disuguaglianze sociali e territoriali. Le possibilità di praticare attività fisica cambiano in base all’età, al genere, al livello di istruzione e all’area geografica. Risultano penalizzati, tra gli altri, anziani, donne, persone con minore istruzione e residenti nel Mezzogiorno, nei piccoli comuni e nelle periferie. Dietro la sedentarietà possono quindi esserci non soltanto mancanza di motivazione, ma costi economici, scarsità di impianti, trasporti inefficienti, poco tempo disponibile e quartieri che non favoriscono gli spostamenti a piedi o in bicicletta.

Ogni persona che diventa attiva produce un beneficio collettivo

L’Osservatorio ha provato anche a stimare quanto potrebbe guadagnare il Paese modificando queste abitudini. Secondo il modello economico, per ogni persona sedentaria che diventa attiva si potrebbero evitare circa 322 euro di spesa sanitaria. Se l’Italia riuscisse ad avvicinarsi ai tre Paesi OCSE più virtuosi, riducendo del 55% il numero dei sedentari, il risparmio potrebbe raggiungere circa 3,2 miliardi di euro ogni anno. Sono stime modellistiche, non somme automaticamente recuperabili, ma rendono evidente un principio: investire nella prevenzione attraverso il movimento può avere conseguenze economiche oltre che sanitarie.

Serve una cultura del movimento, non soltanto più palestre

La risposta, quindi, non può limitarsi a dire alle persone di “fare più sport”. L’Osservatorio propone il modello Sport in All Policies: integrare il movimento nelle politiche sanitarie, scolastiche, urbanistiche, sociali e lavorative. Significa progettare città percorribili a piedi e in bicicletta, rendere gli impianti accessibili, valorizzare l’educazione motoria nelle scuole e creare occasioni per interrompere le lunghe ore trascorse seduti anche sul lavoro. La vera sfida è trasformare il movimento da attività da inserire faticosamente nel tempo libero a componente naturale della giornata. Perché contro la sedentarietà non servono necessariamente atleti migliori: serve un Paese nel quale muoversi sia più semplice per tutti.

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