Nelle profondità dell’Africa esiste una delle strutture geologiche più impressionanti del pianeta: una gigantesca risalita di materiale caldo proveniente dal mantello terrestre. Spesso descritta come African Superplume, questa anomalia potrebbe contribuire ai movimenti che stanno deformando l’Africa orientale e alimentando l’East African Rift System, l’immensa zona di frattura che attraversa il continente per migliaia di chilometri. Nuove analisi geodinamiche e geochimiche stanno permettendo agli scienziati di capire meglio come i processi profondi interagiscano con le forze presenti nella litosfera, contribuendo alla lenta separazione della placca africana.
Non è davvero una colonna di gas
Una precisazione è fondamentale: parlare di una gigantesca “colonna di gas” sotto l’Africa è fuorviante. La struttura è costituita principalmente da rocce del mantello estremamente calde, che rimangono in gran parte solide a causa delle enormi pressioni ma possono deformarsi e fluire lentamente su tempi geologici. Durante la risalita, la diminuzione della pressione può favorire la fusione parziale e la produzione di magma. I gas provenienti dalle aree geotermiche rappresentano però preziosi messaggeri di questo processo: nel Kenya Rift, le firme isotopiche del neon hanno fornito evidenze di una sorgente profonda comune a vaste porzioni del sistema di rift dell’Africa orientale.
Una “superplume” che arriva dalle profondità
Le immagini ottenute attraverso la tomografia sismica mostrano sotto l’Africa una vasta regione nella quale le onde sismiche si propagano più lentamente. Queste anomalie vengono interpretate come materiale più caldo e, probabilmente, con caratteristiche chimiche differenti dal mantello circostante. Alcuni modelli collegano le risalite dell’Africa orientale a strutture presenti vicino al confine tra mantello e nucleo, quasi 2.900 chilometri sotto la superficie. La geometria precisa rimane però discussa: anziché un unico gigantesco tubo verticale, potrebbero esistere più risalite e canali di materiale caldo collegati a una sorgente profonda comune.
Il continente si sta realmente dividendo
In superficie troviamo l’East African Rift, dove la litosfera viene progressivamente stirata e assottigliata. Il sistema comprende diversi rami e coinvolge le placche Nubiana, Somala e la microplacca Victoria. Uno studio del 2026 sul Turkana Rift ha scoperto che lungo l’asse del rift la crosta cristallina si è assottigliata fino a circa 13 chilometri, mostrando un processo di necking, cioè di restringimento e assottigliamento della crosta che rappresenta una fase importante verso la rottura continentale. Secondo i ricercatori, l’Africa orientale presenta quindi condizioni compatibili con un continente che sta avanzando verso il breakup.
La spinta arriva sia dal basso sia dalla superficie
La separazione, tuttavia, non può essere attribuita esclusivamente alla superplume. I modelli indicano che entrano in gioco forze gravitazionali della litosfera, movimenti delle placche e risalite profonde del mantello. Le simulazioni aiutano a spiegare anche un particolare schema di deformazione osservato lungo il rift, dove alcuni movimenti avvengono parallelamente alla frattura anziché soltanto perpendicolarmente. Il quadro emergente è quindi quello di un sistema nel quale le forze profonde e quelle più superficiali lavorano insieme. Dire che una singola colonna sta “spaccando l’Africa” è suggestivo, ma semplifica una dinamica geologica molto più complessa.
L’Afar è uno dei laboratori naturali più importanti
Uno dei luoghi chiave per osservare questo processo è la depressione dell’Afar, tra Etiopia, Eritrea e Gibuti. Qui convergono il Mar Rosso, il Golfo di Aden e il Rift dell’Africa orientale. Uno studio pubblicato nel 2026, basato su oltre 1.000 campioni geochimici, ha trovato nel nord dell’Afar una firma particolarmente pronunciata della plume. Proprio qui la litosfera è molto sottile e il continente si trova in una fase avanzata di estensione. I ricercatori ipotizzano che il materiale caldo venga progressivamente concentrato verso le regioni nelle quali la litosfera offre minore resistenza, favorendo fusione e attività magmatica.
Un nuovo oceano potrebbe nascere, ma non domani
Quando un continente viene stirato abbastanza a lungo, può rompersi completamente. Il magma che risale crea allora nuova crosta oceanica e l’acqua può invadere la depressione, dando origine a un nuovo bacino oceanico. È un processo già avvenuto molte volte nella storia terrestre. L’Africa orientale potrebbe rappresentarne una fase iniziale, ma i tempi sono enormi rispetto alla vita umana. Inoltre, non tutti i rift arrivano alla separazione completa: alcuni diventano rift falliti e smettono di svilupparsi. Anche studi precedenti hanno mostrato che l’importanza relativa della plume, della decompressione del mantello e dell’assottigliamento della litosfera rimane oggetto di discussione scientifica.
Stiamo osservando la geografia del futuro
Il valore di queste ricerche sta proprio nel permetterci di osservare quasi in diretta — almeno secondo i lentissimi tempi della geologia — come nasce una nuova configurazione dei continenti. Sismometri, GPS, analisi isotopiche e modelli computerizzati stanno rivelando un sistema nel quale ciò che accade a migliaia di chilometri di profondità può contribuire a modificare la superficie terrestre. Le prove più recenti rafforzano l’esistenza di una componente profonda comune sotto vaste regioni dell’Africa orientale, senza però ridurre l’intero processo a una singola causa. Se il rifting continuerà abbastanza a lungo, tra milioni di anni la mappa dell’Africa potrebbe essere molto diversa da quella attuale: non per un’improvvisa spaccatura, ma per l’inesorabile movimento di un pianeta che, sotto i nostri piedi, non ha mai smesso di trasformarsi.
