Google rimproverata sul reindirizzamento a materiale a sfondo terroristico

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Un ex capo della polizia ha presentato un invito ai tecnici Google affinchè modifichino la tecnologia del loro motore di ricerca al fine di contribuire a fermare la diffusione di materiale terroristico in rete. L’ex vice commissario di polizia, Mark Rowley, si dice molto contrariato rispetto al fatto che il nome di un predicatore radicale incarcerato da anni si collochi al primo posto tra i risultati quando si cerca su Google “portavoce musulmano britannico“.

 

Indirizzamento a materiale sospetto a fini pubblicitari

Rowley ha detto al programma Today di BBC Radio 4 che gli algoritmi che la società utilizza per le ricerche su Internet sono state capaci di spingere i lettori verso del “pericoloso materiale filo-estremista” per massimizzare le entrate pubblicitarie. Google tuttavia nega tutte le accuse rivolte con il reclamo, affermando anzi di indirizzare gli utenti verso un’informazione quanto più sana possibile.

terrorismo

I risultati delle ricerche di cui parla Rowley portano gli utenti alla pagina di Wikipedia su Anjem Choudary, rilasciato dal carcere l’anno scorso dopo cinque anni per aver palesato il suo sostegno al cosiddetto “Stato Islamico“. L’ex poliziotto ha poi dichiarato: “Questi algoritmi sono progettati per spingerci verso risultati del genere perché alimentano i loro introiti pubblicitari, spingendo i lettori verso materiale molto insidioso per chi naviga in rete“.

 

L’indignazione si diffonde a macchia d’olio

Il Comitato per gli Affari Interni ha peraltro licenziato alcuni dirigenti di YouTube, Twitter e Facebook questa settimana per non aver impedito la circolazione di materiale atto ad incitare all’odio sulle loro piattaforme. Yvette Cooper, che presiede il comitato, si è detta particolarmente indispettita anche per la quantità di contenuti inerenti frange di estrema destra su YouTube, chiedendosi come mai gli algoritmi funzionassero in questo modo.

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In risposta a questa ondata di sdegno, i parlamentari di diversi paesi hanno chiesto alle tre società di social media, Twitter, Facebook e Google, di prendere provvedimenti anche nel caso in cui questi contenuti dovessero essere poi diffusi dagli utenti stessi. Tutte e tre hanno perciò assicurato la loro piena collaborazione con le autorità in caso di “minaccia imminente“.

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