Contrariamente allo stereotipo che associa le teorie del complotto all’ignoranza o alla marginalità, sono proprio i giovani sotto i 35 anni i più inclini a credervi. Lo conferma uno studio dell’Università di Ottawa pubblicato su Political Psychology, che ha analizzato un impressionante campione di oltre 374.000 persone.
L’età, più di ogni altro fattore — sesso, reddito o istruzione — si è rivelata l’indicatore più forte della tendenza a credere alle narrazioni cospirazioniste. Ma perché proprio i giovani? Le risposte affondano le radici in motivazioni psicologiche, culturali e politiche.
1. Alienazione politica: una generazione esclusa dal potere
La prima motivazione ha a che fare con la sensazione diffusa tra i giovani di essere tagliati fuori dai processi decisionali. Con parlamenti popolati da rappresentanti che appartengono a generazioni lontane, molti ragazzi si sentono invisibili all’interno del sistema democratico.
In questo vuoto di rappresentanza, le teorie del complotto offrono una chiave di lettura semplificata e spesso rassicurante: se il sistema non funziona per te, è perché c’è qualcuno nell’ombra che lo controlla a suo vantaggio.
2. Attivismo digitale e narrazioni “noi contro loro”
I giovani sono meno inclini a votare, ma più attivi in forme di partecipazione alternativa: manifestazioni, campagne sui social, boicottaggi. Questo attivismo, spesso alimentato da un forte spirito di giustizia sociale, può sfociare in un approccio binario alla realtà, dove il “noi” dei cittadini coscienti si oppone al “loro” delle élite corrotte.
In questi ambienti, le teorie complottiste proliferano con facilità, condividendo lo stesso linguaggio e la stessa struttura narrativa del conflitto sistemico.
3. Autostima fragile e bisogno di spiegazioni semplici
Infine, c’è una ragione più intima e psicologica. L’autostima tende a essere più bassa nei giovani rispetto agli adulti. Quando ci si sente impotenti o inadeguati, credere che esistano forze oscure e responsabili di tutto può diventare una strategia per proiettare all’esterno i propri disagi.
Dare la colpa a un complotto non solo alleggerisce la pressione interna, ma offre anche un senso di controllo: sapere “la verità” distingue chi crede dalla massa inconsapevole.
Soluzioni: rappresentanza, educazione e benessere mentale
Smentire una bufala non basta. Per contrastare davvero l’attrazione verso le teorie cospirazioniste occorre restituire ai giovani uno spazio attivo nella società, investendo in rappresentanza politica, alfabetizzazione mediatica e salute mentale.
Solo così si può costruire un sistema democratico più inclusivo e resistente alla disinformazione, capace di accogliere le fragilità anziché alimentarle. Perché il complottismo non è solo un problema di fake news, ma un sintomo di qualcosa di molto più profondo.
Foto di Declan Sun su Unsplash

