Un gruppo di ricercatori dell’Università del Nuovo Galles del Sud, in Australia, ha sviluppato un cuore robotico morbido capace di riprodurre alcuni dei movimenti e delle alterazioni osservati nel cuore umano. Il dispositivo è stato progettato per studiare l’insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata, conosciuta con la sigla HFpEF. Questa patologia rappresenta circa la metà dei casi di insufficienza cardiaca, ma i suoi meccanismi rimangono difficili da comprendere e trattare direttamente.
Che cos’è l’HFpEF
Nell’HFpEF il cuore riesce ancora a espellere una percentuale apparentemente normale del sangue contenuto nel ventricolo sinistro. Il problema nasce soprattutto durante la fase di rilassamento: il muscolo cardiaco diventa troppo rigido e non riesce a riempirsi in modo adeguato tra un battito e l’altro. Questa difficoltà può aumentare la pressione all’interno del cuore e provocare affanno, stanchezza, gonfiore e una ridotta capacità di svolgere attività fisica. La condizione è spesso associata a ipertensione, obesità, diabete, disturbi renali e aritmie.
Come è costruito il cuore robotico
Il modello riproduce la parte sinistra del cuore utilizzando membrane flessibili in silicone, valvole artificiali e muscoli robotici morbidi. Questi ultimi sono costituiti da tubi elastici rinforzati con strutture a spirale e azionati attraverso la pressione di un fluido. Avvolti intorno al ventricolo artificiale, permettono al dispositivo di contrarsi e torcersi in modo simile al muscolo cardiaco reale. Il sistema comprende anche strutture che imitano i muscoli papillari e le corde tendinee, essenziali per il funzionamento della valvola mitrale.
La rigidità può essere regolata
La principale innovazione consiste nella capacità del cuore robotico di modificare dinamicamente la propria rigidità. Sensori misurano la pressione generata dal liquido che circola nel dispositivo e regolano di conseguenza la tensione dei muscoli artificiali. In questo modo i ricercatori possono ricreare diversi livelli di difficoltà nel rilassamento del ventricolo, simulando le fasi iniziali e quelle più avanzate dell’HFpEF. Quando il modello viene irrigidito, il riempimento rallenta e la pressione interna aumenta, come accade nei pazienti.
Un’alternativa ai modelli tradizionali
Studiare questa forma di insufficienza cardiaca è particolarmente complicato. I sistemi da laboratorio convenzionali utilizzano spesso pompe rigide e tubi che riproducono la circolazione, ma non assomigliano realmente a un cuore che batte. I modelli animali offrono una biologia più complessa, ma sono costosi e non riproducono perfettamente la malattia umana. Il cuore robotico fornisce invece un ambiente controllabile e ripetibile, nel quale osservare direttamente pressione, flusso sanguigno, movimento delle valvole e risposta dei tessuti artificiali.
Testare dispositivi prima dei pazienti
La piattaforma potrebbe essere utilizzata per sviluppare e valutare cateteri, impianti e altri dispositivi cardiaci prima della sperimentazione sugli animali o sull’uomo. I ricercatori hanno già testato nel modello un catetere robotico morbido, verificando la sua capacità di muoversi all’interno del cuore artificiale e riconoscere il contatto con le strutture in movimento. In futuro, versioni costruite attraverso le immagini cliniche di singoli pazienti potrebbero contribuire anche alla pianificazione personalizzata degli interventi.
Non è ancora uno strumento clinico
Nonostante i risultati incoraggianti, il dispositivo rimane una prova di concetto. Sarà necessario migliorare i materiali, perfezionare i sistemi di controllo e confrontare sistematicamente il comportamento del modello con i dati raccolti nei pazienti reali. Il cuore robotico, inoltre, non riproduce l’intera complessità biologica della malattia, che coinvolge metabolismo, infiammazione, vasi sanguigni e numerose condizioni concomitanti. Non può quindi sostituire gli studi clinici, ma può integrarli.
Una nuova finestra sull’insufficienza cardiaca
La possibilità di riprodurre in laboratorio la progressiva rigidità del cuore offre agli scienziati uno strumento prezioso per esplorare una patologia ancora poco compresa. Se ulteriormente sviluppato e validato, il modello potrebbe aiutare a capire come evolve l’HFpEF, individuare nuovi bersagli terapeutici e progettare dispositivi capaci di intervenire prima delle fasi più gravi. Non è un cuore destinato al trapianto, ma un simulatore avanzato che potrebbe accelerare la ricerca e rendere più sicuro lo sviluppo delle future terapie cardiovascolari.
Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash

