L’attenzione non è costante: anche quando cerchiamo di concentrarci, il cervello attraversa piccole oscillazioni da un momento all’altro. Nei bambini con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) queste variazioni possono essere particolarmente marcate. Ora un gruppo di ricercatori ha scoperto che una parte di questa instabilità potrebbe essere osservata attraverso qualcosa di sorprendentemente accessibile: le pupille. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, suggerisce che le variazioni del loro diametro durante un compito cognitivo possano contenere informazioni sull’andamento dell’attenzione.
Gli scienziati hanno studiato 50 bambini
La ricerca ha coinvolto 50 bambini, 28 con ADHD e 22 controlli, con un’età media di 10,6 anni. Durante l’esperimento dovevano completare un compito di memoria di lavoro visuospaziale mentre un sistema di eye tracking registrava continuamente le dimensioni delle loro pupille. I ricercatori non cercavano semplicemente pupille mediamente più grandi o più piccole. Volevano capire quanto la risposta pupillare cambiasse da una prova alla successiva, confrontando i bambini con ADHD senza farmaco con il gruppo di controllo e studiando anche ciò che accadeva durante il trattamento con stimolanti.
Il segnale era nella variabilità da un momento all’altro
Il risultato più interessante riguarda proprio questa instabilità. Dopo aver considerato fattori come carico di memoria, età e quoziente intellettivo, il modello stimava nei bambini con ADHD non medicati una variabilità residua tra le prove superiore di circa il 23% rispetto ai controlli. In altre parole, non era necessariamente la dimensione della pupilla in sé a distinguere maggiormente i gruppi, ma quanto imprevedibilmente la sua risposta oscillava. La differenza a livello dei singoli partecipanti, tuttavia, diventava appena non significativa dopo la correzione statistica per confronti multipli: un motivo importante per interpretare il dato con prudenza.
Perché una pupilla dovrebbe raccontarci qualcosa sull’attenzione?
La pupilla non reagisce soltanto alla luce. Il suo diametro cambia anche in relazione a attenzione, sforzo cognitivo e stato di attivazione del cervello. Queste risposte sono collegateate anche a circuiti del tronco encefalico che modulano sistemi neurochimici coinvolti nell’arousal e nel controllo attentivo. Per questo la pupillometria viene studiata come possibile finestra non invasiva sui processi cerebrali. Una ricerca indipendente pubblicata nel luglio 2026 su 439 persone ha utilizzato proprio dinamica pupillare e sincronizzazione dei movimenti dei due occhi per costruire modelli capaci di distinguere persone con ADHD e controlli, ottenendo risultati promettenti ma non perfetti.
Quando l’attenzione peggiorava, cambiava anche il segnale degli occhi
Nel nuovo esperimento, una maggiore variabilità pupillare tra le prove era associata a una minore accuratezza nel compito nei bambini con ADHD non medicati. Questo rende il risultato particolarmente interessante: le oscillazioni osservate negli occhi sembravano accompagnare variazioni effettive della prestazione. Gli autori interpretano il fenomeno come un possibile segnale fisiologico delle fluttuazioni dello stato attentivo. Tuttavia la forza dell’associazione tra variabilità pupillare e accuratezza non differiva significativamente rispetto ai controlli. Non possiamo quindi considerare questo parametro una firma esclusiva dell’ADHD.
Anche i farmaci sembravano modificare alcune risposte
Lo studio ha inoltre confrontato i bambini con ADHD in condizioni con e senza farmaci stimolanti. La terapia risultava associata a cambiamenti in alcuni aspetti della risposta pupillare, ma non trasformava semplicemente il profilo dei bambini in quello dei controlli. Gli autori sottolineano infatti che gli effetti dipendevano dalla misura analizzata. Anche altre ricerche oculari del 2026 hanno osservato differenze tra persone con ADHD trattate e non trattate, comprese variazioni retiniche o vascolari, ma gli studi disponibili sono ancora troppo eterogenei per stabilire esattamente quanto dipenda dal disturbo e quanto dalla terapia.
Non avremo una diagnosi di ADHD semplicemente guardando gli occhi
È il limite fondamentale della scoperta. L’ADHD è una condizione neuroevolutiva complessa e la diagnosi clinica non può essere sostituita dalla dimensione delle pupille. Il nuovo studio comprende appena 50 bambini e alcune differenze statistiche sono risultate fragili dopo le correzioni. Inoltre sonno, farmaci, ansia, illuminazione, fatica e numerosi altri fattori possono modificare la risposta pupillare. Anche il più ampio studio su 439 partecipanti ha dovuto introdurre una categoria “incerta” proprio perché nessun biomarcatore oculare separava perfettamente ADHD e controlli. Gli occhi possono fornire informazioni aggiuntive, non un verdetto diagnostico.
Gli occhi stanno diventando una finestra sul cervello con ADHD
La scoperta si inserisce in un quadro molto più ampio. Nel 2026 diversi gruppi hanno trovato nell’ADHD differenze nella microvascolarizzazione della retina, nello spessore di alcune strutture oculari, nell’elaborazione visiva e nei movimenti degli occhi. Non tutti gli studi concordano e nessuna di queste caratteristiche è oggi un biomarcatore clinico definitivo. Ma la pupilla possiede un vantaggio particolare: può essere misurata rapidamente e senza procedure invasive mentre una persona svolge un compito. Se i risultati saranno replicati in campioni più grandi, in futuro gli occhi potrebbero quindi aiutare i medici non tanto a “vedere l’ADHD”, quanto a misurare oggettivamente alcune delle oscillazioni cerebrali dell’attenzione che oggi osserviamo soprattutto attraverso il comportamento.
