Scienza

Parkinson: la diagnosi che arriva dall’ombelico

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Non ci sono trattamenti in grado di invertire il Parkinson, ma solo rallentare gli effetti. Per questo anticipare le diagnosi permette un decorso molto più lento della malattia. In tal senso, un nuovo studio potrebbe aver individuato l’ombelico come luogo chiave per trovare informazioni. Alcuni scienziati hanno analizzato le sostanze chimiche da campioni di tale zone di diverse persone tra cui sei pazienti con una diagnosi. Si tratta di elementi importanti in quanto si tratta di una zona del corpo che tende a raccogliere composti organici volatili senza disperdersi e al tempo stesso, bisogna ammettere che non tutti lo puliscono approfonditamente.

Per analizzare i campioni, è stata utilizzata la spettroscopia fotoacustica basata su laser. Ogni partecipante è stato sottoposto a un tampone per circa dieci secondi nell’ombelico, nella parte anteriore della cavità nasale e nella conca dell’orecchio. Tramite il laser, detto semplificando la tecnica, si è potuto determinare la natura della molecola. Utilizzando l’analisi statistica, i ricercatori hanno cercato gruppi di impronte simili associate alle diverse condizioni tra cui il Parkinson.

 

Un nuovo modo di diagnosticare il Parkinson

I campioni con le differenze più importanti sono arrivati dal naso e soprattutto dall’ombelico. I profili delle persone sane e di quelle con deterioramento cognitivo lieve risultavano maggiormente distinti, mentre chi aveva già la diagnosi di Parkinson presentava una certa sovrapposizione. In appena cinque lunghezze d’onda fornivano quasi la stessa quantità di informazioni. In futuro questo potrebbe permettere di sviluppare strumenti più piccoli e meno costosi perché indica un aspetto in comune a tutti gli individui con una determinata malattia.

Si tratta di dati preliminari. Il limite principale è il numero estremamente ridotto di partecipanti, insufficiente per stabilire se l’analisi dell’ombelico possa effettivamente diagnosticare una malattia. Serviranno quindi studi molto più grandi, con gruppi comparabili per altri fattori come anche solo l’età. Anche le condizioni di laboratorio erano altamente controllate e questo va a escludere variabili come la sopracitata pulizia. Per ora, dunque, lo studio dimostra soltanto che l’ombelico può contenere segnali chimici potenzialmente distinguibili tra alcuni gruppi di persone.

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