Scienza

Parkinson, l’esercizio fisico può proteggere i neuroni della dopamina

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L’attività fisica è già considerata una componente importante nella gestione della malattia di Parkinson, perché può migliorare mobilità, equilibrio, forza e qualità della vita. Ma gli effetti potrebbero andare oltre il controllo dei sintomi. Alcune ricerche suggeriscono infatti che l’esercizio intenso e regolare possa produrre cambiamenti nel sistema della dopamina, il neurotrasmettitore la cui progressiva riduzione rappresenta uno dei tratti caratteristici della malattia. L’ipotesi più interessante è che l’allenamento possa aiutare i neuroni dopaminergici rimasti a funzionare meglio e, forse, renderli più resistenti alla degenerazione.

Cosa succede ai neuroni nel Parkinson

La malattia di Parkinson è caratterizzata dalla progressiva perdita dei neuroni dopaminergici della substantia nigra, una regione cerebrale fondamentale per il controllo del movimento. La diminuzione della dopamina altera i circuiti che permettono di coordinare correttamente i movimenti, contribuendo alla comparsa di tremore, rigidità e bradicinesia, cioè rallentamento motorio. I trattamenti disponibili possono controllare molti sintomi, ma individuare strategie capaci di modificare i processi neurodegenerativi rimane uno dei principali obiettivi della ricerca.

Sei mesi di esercizio intenso

Uno studio pubblicato su npj Parkinson’s Disease ha analizzato persone con Parkinson lieve e in fase iniziale sottoposte a un programma di esercizio aerobico ad alta intensità per sei mesi. Attraverso PET e risonanza magnetica sensibile alla neuromelanina, gli scienziati hanno osservato il sistema dopaminergico prima e dopo l’allenamento. Nei partecipanti che hanno completato il programma è aumentato il segnale relativo al trasportatore della dopamina sia nella substantia nigra sia nel putamen, anziché mostrare il declino che ci si sarebbe potuti aspettare con la progressione della malattia.

Un segnale sorprendente nella substantia nigra

I ricercatori hanno rilevato anche un aumento del segnale della neuromelanina nella substantia nigra. Questa sostanza si accumula nei neuroni dopaminergici e può essere studiata attraverso specifiche tecniche di imaging. Nel complesso, i risultati sono compatibili con un miglioramento della funzionalità dei neuroni sopravvissuti. È però importante sottolineare la differenza tra questo risultato e la dimostrazione che l’esercizio impedisca fisicamente la morte dei neuroni: lo studio era piccolo e non permette ancora di provare definitivamente un effetto neuroprotettivo.

Perché il movimento potrebbe proteggere il cervello

Sono numerosi i meccanismi allo studio. L’esercizio può influenzare fattori neurotrofici come il BDNF, coinvolto nella plasticità e nella sopravvivenza neuronale, oltre a intervenire su metabolismo energetico, funzione mitocondriale, infiammazione e stress ossidativo. Studi preclinici hanno inoltre collegato l’attività fisica a un miglioramento dell’autofagia, il sistema utilizzato dalle cellule per eliminare componenti danneggiati. Questi processi potrebbero creare un ambiente più favorevole alla sopravvivenza dei neuroni vulnerabili, anche se il loro peso effettivo nel Parkinson umano resta oggetto di ricerca.

Quanto conta l’intensità dell’allenamento

Non tutto l’esercizio produce necessariamente gli stessi effetti. Le ricerche stanno valutando attività aerobica, allenamento di forza, esercizi di equilibrio e programmi ad alta intensità. Una recente revisione evidenzia come l’intensità possa influenzare le risposte neurobiologiche e i benefici motori e non motori. Tuttavia, non esiste una prescrizione identica per tutti: età, stadio della malattia, rischio di cadute, condizioni cardiovascolari e capacità motorie rendono fondamentale personalizzare il programma insieme a professionisti qualificati.

Non è ancora dimostrato che rallenti la malattia

Il messaggio più importante riguarda la prudenza. Dire che l’esercizio protegge i neuroni è un’ipotesi biologicamente plausibile sostenuta da risultati promettenti, ma dimostrare che rallenti effettivamente la neurodegenerazione nelle persone richiede grandi studi clinici e osservazioni prolungate. Gli stessi autori dello studio di imaging sottolineano la necessità di confermare i risultati in campioni più ampi. L’attività fisica non deve quindi essere considerata un sostituto dei farmaci o delle altre terapie prescritte per il Parkinson.

Il movimento come parte della terapia

Le nuove evidenze stanno comunque cambiando il modo di considerare l’esercizio nel Parkinson: non soltanto uno strumento riabilitativo, ma un possibile intervento capace di influenzare alcuni dei meccanismi cerebrali coinvolti nella malattia. Sapere che mesi di allenamento possono accompagnarsi a cambiamenti misurabili nel sistema dopaminergico rappresenta un risultato importante. La sfida adesso è capire se questi segnali corrispondano davvero a una protezione duratura dei neuroni e a un rallentamento della progressione. Se questa ipotesi verrà confermata, il movimento potrebbe rivelarsi uno degli strumenti non farmacologici più importanti nella strategia contro il Parkinson.

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