Parkinson: l’aiuto improbabile dai rifiuti plastici

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Se c’è una cosa che al mondo, attualmente, abbandona anche fin troppo sono i rifiuti plastici. Un’altra cosa che purtroppo non manca sono le persone con una diagnosi di Parkinson, un qualcosa che possiamo controllare ancora di meno dell’inquinamento. I casi sono in aumento in tutto il mondo e di soluzioni efficaci non ce ne sono. Una nuova ricerca sembra però poter collegare entrambe le cose.

Secondo un nuovo studio, il polietilene tereflalato, o più comunemente noto come PET, può essere riciclato per produrre il farmaco chiamato levodopa. Nello specifico, prendendo i  batteri Escherichia coli e modificandoli geneticamente, si possono sfruttare per trasformare la plastica. Questo approccio non va a rivoluzionare il modo di trattare il Parkinson, ma va a cambiare l’impatto del farmaco più promettente sul mercato.

 

Parkinson e rifiuti plastici: ridurre l’impatto ecologico

Per produrre il farmaco per trattare i sintomi del morbo di Parkinson, c’è bisogno dei combustibili fossili. Ormai quasi tutto nel mondo è stato plasmato con alla base i suddetti. Potendo sfruttare risorse di scarto e batteri, si può ridurre l’impatto ecologico. Nel grande schema del mondo e dell’inquinamento non andrà ad alterare il risultato finale, ma è un passo nella direzione giusta.

Le parole dei ricercatori: “I rifiuti di plastica sono spesso considerati un problema ambientale, ma rappresentano anche una vasta fonte di carbonio non sfruttata. Attraverso l’ingegneria biologica per trasformare la plastica in un farmaco essenziale, dimostriamo come i materiali di scarto possano essere reinventati come risorse preziose a supporto della salute umana. Questa ricerca dimostra l’enorme potenziale dell’ingegneria biologica per affrontare alcune delle sfide più urgenti della società.”

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