
Il Pianeta Rosso e la nostra mente: una lunga storia di illusioni
Dal “volto di Marte” immortalato dalla sonda Viking 1 nel 1976 alle più recenti “porte marziane” o “rocce-zebra”, il Pianeta Rosso continua a stimolare l’immaginario collettivo. Ogni volta che un’immagine curiosa arriva dallo spazio, l’umanità sembra cercare tracce della propria presenza, anche dove non ci sono.
Ma cosa vediamo davvero? E perché?
Pareidolia: quando il cervello collega puntini inesistenti
Quello che accade si chiama pareidolia, un fenomeno psicologico molto comune. Si tratta della tendenza del cervello umano a riconoscere forme familiari – volti, animali, oggetti – in elementi casuali, come nuvole, ombre o rocce. È un meccanismo evolutivo che ci aiuta a individuare rapidamente ciò che può rappresentare un volto umano, ad esempio per riconoscere emozioni o pericoli.
Sullo sfondo di Marte, con le sue luci taglienti e le geometrie insolite, questo fenomeno si amplifica.
Marte: il catalogo delle illusioni
Dalla “faccia di Cydonia” – una collina piatta scambiata per un volto umano – fino alla più recente Zebra Rock, scattata dal rover Perseverance nel cratere Jezero, ogni dettaglio diventa potenzialmente “qualcos’altro”.
Nel 2022, ad esempio, una formazione geologica simile a una porta fece ipotizzare l’esistenza di un tempio alieno. In realtà era il frutto di erosione naturale e giochi d’ombra. Lo stesso vale per i cosiddetti “ragni di Marte”, formazioni osservate al polo sud e causate dal gas che fuoriesce da sotto la superficie di ghiaccio secco.
Fantasia e scienza possono convivere
Sebbene la scienza abbia smentito ogni illusione, queste immagini continuano ad affascinarci. Perché? Perché ci raccontano quanto abbiamo bisogno di vedere noi stessi anche nei luoghi più remoti. E, in un certo senso, ci avvicinano all’Universo.
Alla fine, forse non troveremo alieni su Marte. Ma troveremo qualcosa di altrettanto misterioso: noi stessi.
Ph. NASA/JPL-Caltech/UArizona

