Squilla il telefono. Rispondi. Dall’altra parte, solo silenzio. Nessuna voce, nessuna richiesta, nessuna parola. Ripeti “Pronto?”, attendi qualche istante, poi chiudi la chiamata, convinto che sia stato un errore o una linea disturbata.
Eppure, secondo numerosi esperti di sicurezza digitale, potresti essere appena incappato in una truffa insidiosa e molto più diffusa di quanto si pensi.
Le chiamate mute non sono semplici casualità: nel 2025 rappresentano una delle tecniche più aggressive e meno riconosciute usate dai criminali per raccogliere informazioni e preparare raggiri successivi.
Perché le chiamate mute sono pericolose
A differenza di una chiamata normale, in cui l’operatore o il truffatore parla, la chiamata muta ha uno scopo preciso: verificare che il numero sia attivo e che qualcuno risponda.
In molti casi, infatti, dietro questo silenzio si nasconde un software automatico, chiamato dialer, in grado di generare migliaia di telefonate al minuto.
Quando rispondi:
- confermi che il tuo numero esiste;
- dimostri che sei raggiungibile;
- offri informazioni utili per truffe future.
Il tuo numero viene così inserito in una lista di contatti “validi” e può essere rivenduto a call center aggressivi, spammers o veri e propri gruppi criminali.
Come funzionano i dialer delle truffe
I dialer utilizzano algoritmi che compongono numeri in sequenza o che sfruttano database rubati o acquistati nel dark web. Quando uno dei numeri chiamati risponde, il sistema registra l’interazione e la segnala come “attiva”.
Si tratta di una strategia in tre fasi:
- Test – la chiamata muta serve a verificare la risposta.
- Profilazione – se rispondi più volte a chiamate sospette, il sistema deduce le tue abitudini e i tuoi orari preferiti.
- Attacco – qualche giorno dopo potresti ricevere telefonate di finti operatori bancari, assicurativi o tecnici, pronti a tentare truffe molto più complesse.
La chiamata muta è quindi solo l’inizio.
La truffa del “ping” e le chiamate a pagamento
Un’altra possibilità, meno frequente ma documentata, è che la chiamata muta sia legata a tecniche di wangiri (“uno squillo e via”), un metodo che prevede una breve chiamata che induce a richiamare un numero internazionale a pagamento.
Nel caso delle chiamate mute, il truffatore può usare il silenzio per farti credere che si tratti di un malfunzionamento, spingendoti magari a richiamare. Se il numero corrisponde a una tariffazione speciale, la truffa è compiuta.
Stress, vulnerabilità e manipolazione
Il silenzio non è casuale nemmeno da un punto di vista psicologico. Una chiamata muta provoca spesso un misto di curiosità, nervosismo e sospetto.
Sensazioni che, se ripetute nel tempo, rendono la persona più vulnerabile a successive chiamate persuasive, magari da qualcuno che “si scusa per il disturbo precedente” o che finge di appartenere a un servizio noto.
Il meccanismo è simile a una trappola emotiva: la prima chiamata destabilizza, la seconda rassicura e inganna.
Come proteggersi: le regole essenziali
Anche se non esiste un modo per bloccare del tutto questo fenomeno, ci sono misure semplici che possono ridurre i rischi:
1. Non richiamare mai numeri sconosciuti
Soprattutto se non hai sentito nessuno parlare.
2. Segnala il numero alle autorità competenti
In Italia, puoi farlo tramite il sito della Polizia Postale o attraverso app che raccolgono segnalazioni.
3. Usa il blocco delle chiamate sospette
Molti smartphone integrano filtri anti-spam basati su segnalazioni globali.
4. Attenzione alle chiamate successive
Spesso, il vero tentativo di truffa avviene giorni dopo. Diffida di chiunque ti chieda dati personali, codici o conferme bancarie.
Un fenomeno in aumento
Le chiamate mute sono in crescita in tutto il mondo. Secondo numerosi report internazionali, rappresentano fino al 25% delle chiamate sospette quotidianamente registrate. E con l’aumento dei software di automazione e dell’intelligenza artificiale, il fenomeno è destinato ad ampliarsi.
Riconoscerle e sapere come comportarsi è oggi una forma di autoprotezione digitale indispensabile.
Foto di Rodrigo Salomón Cañas da Pixabay

