Il COVID-19 non ha lasciato strascichi solo durante la fase acuta dell’infezione. Per milioni di persone in tutto il mondo, i sintomi persistono per settimane o mesi dopo la guarigione, dando origine a quella condizione definita “COVID lungo”. Affaticamento cronico, difficoltà respiratorie, dolori muscolari e nebbia mentale sono i disturbi più noti, ma sempre più medici segnalano un altro fenomeno preoccupante: l’aumento dei casi di POTS, una sindrome che fino a pochi anni fa era considerata rara e poco conosciuta.
Che cos’è il POTS
Il termine POTS sta per Postural Orthostatic Tachycardia Syndrome, ovvero “sindrome da tachicardia posturale ortostatica”. Si tratta di un disturbo del sistema nervoso autonomo che si manifesta con un aumento anomalo della frequenza cardiaca quando ci si alza in piedi, accompagnato da sintomi come vertigini, palpitazioni, debolezza e, in alcuni casi, svenimenti. Prima della pandemia era diagnosticato soprattutto in giovani donne, spesso sottovalutato o confuso con ansia e stress.
L’associazione con il COVID lungo
Negli ultimi due anni diversi studi hanno evidenziato un legame significativo tra il COVID lungo e la comparsa di POTS. Molti pazienti che hanno superato l’infezione da SARS-CoV-2 riferiscono di sviluppare improvvisamente sintomi compatibili con la sindrome. Gli specialisti ipotizzano che il virus, o la risposta infiammatoria che innesca, possa danneggiare le fibre nervose responsabili della regolazione della pressione sanguigna e del battito cardiaco. Questo squilibrio autonomico si traduce poi nelle manifestazioni tipiche della patologia.
Numeri in crescita e impatto sociale
Se prima del 2020 il POTS era considerato una malattia rara, oggi i centri clinici che si occupano di COVID lungo segnalano un aumento significativo delle diagnosi. Alcune stime parlano di percentuali comprese tra il 10 e il 20% dei pazienti con sintomi persistenti che sviluppano disturbi compatibili con la sindrome. Questo incremento pone nuove sfide ai sistemi sanitari, che devono gestire non solo i postumi respiratori e neurologici della pandemia, ma anche condizioni croniche che possono compromettere la qualità della vita e la capacità lavorativa.
Sintomi da non ignorare
Il POTS si manifesta con una serie di disturbi che possono facilmente essere scambiati per stress o affaticamento post-virale. Oltre alla tachicardia ortostatica, i pazienti lamentano vertigini, sensazione di “testa leggera”, stanchezza estrema, difficoltà di concentrazione e disturbi gastrointestinali. In alcuni casi si osservano anche tremori e sensibilità al calore. Riconoscere precocemente questi segnali è fondamentale per arrivare a una diagnosi corretta e impostare un trattamento mirato.
Le possibili terapie
Attualmente non esiste una cura definitiva per il POTS, ma diversi approcci terapeutici possono alleviarne i sintomi. I medici consigliano di aumentare l’assunzione di liquidi e sali minerali, indossare calze a compressione e adottare programmi di esercizio fisico graduale per rafforzare il sistema cardiovascolare. In alcuni casi vengono prescritti farmaci specifici per controllare la frequenza cardiaca o migliorare la pressione sanguigna. Tuttavia, la gestione del disturbo richiede un approccio multidisciplinare e una grande personalizzazione delle cure.
La voce dei pazienti
Molti pazienti con COVID lungo raccontano la frustrazione di vedersi diagnosticare il POTS dopo mesi di sintomi invalidanti e spesso poco creduti dal contesto medico o sociale. Gruppi di supporto online e associazioni stanno cercando di diffondere maggiore consapevolezza, sottolineando la necessità di riconoscere questa sindrome come una conseguenza concreta della pandemia e non come un disturbo “psicologico” o di scarsa rilevanza.
Prospettive future
La connessione tra COVID lungo e POTS è oggi uno dei campi più studiati dalla comunità scientifica. Comprendere i meccanismi con cui il virus può alterare il sistema nervoso autonomo potrebbe aprire la strada a nuove strategie terapeutiche. Nel frattempo, la crescente attenzione su questa sindrome sta favorendo diagnosi più rapide e un miglioramento della presa in carico dei pazienti. La sfida rimane complessa, ma riconoscere il problema è il primo passo per affrontarlo.

