Scienza

Effetto viaggio di ritorno: perché l’andata sembra più lunga

effetto viaggio di ritorno

C’è un’esperienza che molti conoscono senza aver mai pensato di poterla spiegare scientificamente: il viaggio di andata sembra più lungo di quello di ritorno. Succede in automobile, in treno, in aereo e persino percorrendo a piedi una strada già fatta poco prima. La distanza è la stessa, il cronometro non cambia, ma la percezione del tempo sembra comportarsi in modo diverso.

Non è necessariamente il traffico, né soltanto la maggiore familiarità con la strada. Esiste infatti un fenomeno studiato dalla psicologia della percezione chiamato effetto viaggio di ritorno (return trip effect), secondo il quale il percorso di rientro può essere vissuto soggettivamente come più breve rispetto all’andata.

La particolarità è che non stiamo parlando di una differenza reale nella durata del viaggio. È la nostra percezione del tempo a cambiare.

Il cronometro dice una cosa, il cervello un’altra

Immaginiamo di partire per una località che non conosciamo. Sappiamo che il viaggio dovrebbe durare circa due ore, ma non abbiamo ancora un’esperienza concreta di quella distanza. Durante il tragitto osserviamo il paesaggio, controlliamo l’orologio, ci chiediamo quanto manchi e cerchiamo continuamente di capire se siamo “quasi arrivati”.

Quando ripartiamo per tornare a casa, invece, quella stessa distanza ha già una storia nella nostra memoria. Abbiamo un riferimento concreto: sappiamo quanto è durato il viaggio precedente.

Il risultato può essere sorprendente: il ritorno sembra scorrere più velocemente, anche quando la strada percorsa e il tempo effettivo sono identici.

Secondo gli studi sperimentali che hanno indagato il fenomeno, la durata percepita del viaggio di ritorno può risultare inferiore di circa il 17-22% rispetto a quella dell’andata. Non significa, naturalmente, che ogni persona percepisca sempre una differenza di questa entità: si tratta di un effetto osservato in determinate condizioni sperimentali.

Non è soltanto questione di familiarità

La prima spiegazione che viene spontanea è anche la più semplice: il ritorno sembra più breve perché ormai conosciamo la strada.

In parte può essere vero. Sapere dove siamo, riconoscere i luoghi attraversati e avere una rappresentazione mentale del percorso può modificare il modo in cui elaboriamo il tragitto. Ma la familiarità, da sola, non sembra spiegare completamente l’effetto.

La ricerca ha infatti evidenziato un elemento particolarmente interessante: il fenomeno può verificarsi anche quando il percorso di ritorno non è esattamente lo stesso dell’andata.

Questo dettaglio ha spinto gli studiosi a cercare una spiegazione diversa, legata non tanto alla memoria visiva della strada quanto alle aspettative sulla durata del viaggio.

Ed è qui che il cervello comincia, per così dire, a giocare con il nostro senso del tempo.

Il viaggio di andata comincia prima di partire

Quando partiamo per una destinazione, non iniziamo il viaggio soltanto nel momento in cui chiudiamo la portiera dell’auto o ci sediamo sul treno.

Il nostro cervello ha già costruito una previsione.

Sappiamo, o crediamo di sapere, quanto dovrebbe durare il percorso. Abbiamo un’idea della distanza, magari basata su esperienze precedenti o sulle informazioni ricevute. Durante il viaggio confrontiamo continuamente ciò che sta accadendo con ciò che ci aspettavamo.

Se la destinazione sembra lontana e il percorso si rivela più impegnativo del previsto, può emergere la sensazione che il tempo non passi mai.

È una dinamica molto comune: guardiamo l’orologio dopo pochi minuti e abbiamo l’impressione che ne siano trascorsi molti di più.

Non è il tempo fisico a dilatarsi. È la nostra esperienza soggettiva della durata a cambiare.

Le aspettative possono ingannare la percezione

Uno degli aspetti più interessanti dell’effetto viaggio di ritorno riguarda proprio il rapporto tra aspettativa e realtà.

Prima dell’andata possiamo avere una rappresentazione poco precisa della durata. Potremmo pensare, per esempio, che un viaggio di due ore sia relativamente semplice da affrontare. Quando siamo immersi nel percorso, però, la distanza reale può sembrare maggiore di quanto immaginassimo.

Al ritorno possediamo invece un dato concreto: sappiamo già cosa significa attraversare quella distanza.

La previsione diventa più accurata e il confronto tra aspettativa e realtà cambia. Il viaggio può quindi essere percepito come più breve, anche se il cronometro continua a segnare esattamente lo stesso numero di minuti.

È un esempio particolarmente efficace di quanto la nostra percezione non sia una semplice registrazione passiva della realtà.

Il cervello non misura il tempo come un orologio

La nostra esperienza quotidiana ci porta spesso a pensare al tempo come a una grandezza oggettiva: un minuto dura sessanta secondi, un’ora sessanta minuti.

Dal punto di vista fisico è così.

Dal punto di vista psicologico, però, un’ora non viene sempre vissuta come un’ora.

Cinque minuti trascorsi aspettando una persona possono sembrare interminabili; cinque minuti passati durante una conversazione coinvolgente possono scomparire quasi senza accorgercene.

La percezione della durata è influenzata da attenzione, emozioni, aspettative, memoria e livello di coinvolgimento.

Il viaggio di ritorno rappresenta una delle situazioni più intuitive per osservare questo meccanismo: due intervalli temporali oggettivamente uguali possono produrre esperienze soggettive differenti.

Anche le emozioni possono cambiare il viaggio

C’è poi un’altra componente da non sottovalutare: lo stato emotivo.

Un viaggio verso una vacanza, un incontro importante o un luogo che desideriamo raggiungere può essere accompagnato da eccitazione, impazienza e aspettativa. Paradossalmente, proprio il desiderio di arrivare può rendere più evidente la percezione del tempo che passa.

Quando siamo concentrati sulla meta, ogni minuto può diventare qualcosa che stiamo aspettando.

Durante il ritorno, invece, la situazione emotiva può essere completamente diversa. La destinazione non è più qualcosa da raggiungere: stiamo tornando verso un luogo familiare, spesso con un’idea più precisa di quanto manca.

Questo può contribuire alla sensazione che il tragitto scorra più rapidamente.

Naturalmente non tutti vivono il ritorno nello stesso modo. Se il viaggio di rientro è associato a tristezza, stress o alla fine di una vacanza piacevole, anche le emozioni possono modificare profondamente la percezione della durata.

Perché il fenomeno è interessante anche fuori dall’auto

L’effetto viaggio di ritorno non riguarda soltanto gli spostamenti.

Il meccanismo ci dice qualcosa di più generale sul modo in cui costruiamo la nostra esperienza del tempo.

Quando affrontiamo per la prima volta una situazione, le nostre previsioni possono essere imprecise. Una volta fatta esperienza di quella situazione, il cervello possiede più informazioni per formulare aspettative realistiche.

È un principio che può essere osservato anche in molte altre esperienze quotidiane: un’attività nuova può sembrare interminabile mentre la svolgiamo, ma guardando indietro può sembrarci sorprendentemente breve.

La memoria, inoltre, tende a organizzare gli eventi in modo diverso rispetto alla loro esperienza momento per momento. Per questo tempo vissuto e tempo ricordato non coincidono necessariamente.

Non siamo vittime di un’illusione: il cervello sta facendo il suo lavoro

Definire il fenomeno una semplice “illusione” rischia però di essere fuorviante.

Il cervello non sta commettendo necessariamente un errore. Sta cercando di interpretare continuamente le informazioni disponibili, utilizzando esperienza passata, aspettative e segnali provenienti dall’ambiente.

La percezione è il risultato di questo processo di elaborazione.

In questo senso, l’effetto viaggio di ritorno è quasi una piccola dimostrazione quotidiana di un principio fondamentale della psicologia cognitiva: non percepiamo semplicemente ciò che accade, ma costruiamo un’interpretazione di ciò che accade.

Anche il tempo, che ci sembra una delle realtà più oggettive della nostra vita, quando viene vissuto dalla mente diventa qualcosa di sorprendentemente elastico.

Ecco perché il ritorno sembra più breve

Alla fine, la spiegazione è meno misteriosa di quanto sembri, ma non per questo meno affascinante.

Durante l’andata affrontiamo una durata che non abbiamo ancora sperimentato concretamente. Le nostre aspettative possono essere imprecise e il confronto continuo con la distanza ancora da percorrere può far apparire il viaggio più lungo.

Al ritorno, invece, abbiamo già un riferimento reale. Le aspettative sono più calibrate e la nostra mente può interpretare diversamente la stessa quantità di tempo.

Il risultato è quella curiosa sensazione che tutti abbiamo provato almeno una volta: “Com’è possibile? All’andata ci abbiamo messo un’eternità, mentre al ritorno è volato tutto”.

La strada, però, non si è accorciata.

Non è l’autostrada ad avere accelerato e nemmeno l’orologio ad aver barato.

È cambiato il modo in cui il nostro cervello ha percepito il tempo.

Ed è proprio questo il dettaglio più interessante: a volte non abbiamo bisogno di modificare ciò che stiamo vivendo per sentirlo diverso. È sufficiente che cambi il modo in cui lo prevediamo, lo attraversiamo e infine lo ricordiamo.

Foto di Christoph Partsch da Pixabay

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