La montagna del fuoco ha un altro nemico
Quando si pensa all’Etna, la prima immagine che viene in mente è quella della lava incandescente che scende lungo i suoi versanti. Un vulcano attivo, imponente, imprevedibile, che domina la Sicilia orientale e attira ogni anno migliaia di visitatori.
Eppure, sulle sue pendici, il pericolo più letale degli ultimi decenni non è stato il fuoco.
È stato il fulmine.
La morte di un turista statunitense di 29 anni, colpito da una scarica elettrica il 16 agosto 2026 durante un’escursione sull’Etna, ha riportato l’attenzione su un rischio spesso sottovalutato da chi frequenta la montagna durante le eruzioni. L’uomo, originario del Kansas, si trovava nella zona di Rocca Capra, a circa 1.400 metri di quota, quando è stato colpito durante un temporale. Nonostante l’intervento dei soccorritori e il trasporto in elicottero, è morto successivamente.
Il dato più sorprendente emerge però dal confronto storico: secondo una raccolta di casi relativi all’Etna, con questa vittima i decessi attribuiti a fulminazioni in epoca moderna arriverebbero a sette, mentre le eruzioni hanno provocato due morti dal 1980.
Il paradosso dell’Etna
Il confronto sembra quasi contraddittorio.
Il vulcano rappresenta uno dei simboli più potenti della natura incontrollabile: lava, esplosioni, cenere e gas fanno pensare immediatamente al rischio. Il fulmine, invece, appare come un fenomeno meteorologico passeggero, qualcosa che normalmente associamo più a un temporale che a un vulcano.
Ma sull’Etna le due cose possono persino sovrapporsi.
Le persone che si avvicinano alle zone vulcaniche possono concentrarsi sui crateri, sulle colate e sulle attività eruttive, mentre una perturbazione può svilupparsi rapidamente alle quote più elevate.
Ed è proprio questa combinazione a rendere particolarmente insidioso il fenomeno: un visitatore può trovarsi già in quota quando le condizioni meteorologiche cambiano.
Sette vittime in poco più di vent’anni
La storia recente dell’Etna racconta una sequenza di incidenti che comincia almeno alla fine degli anni Novanta.
Nell’agosto del 1999, un turista israeliano morì dopo essere stato colpito da un fulmine. Nel 2001 furono invece uccisi Sabrina Pilara e Horst Karl Martin, a circa 3.000 metri di altitudine.
Altri episodi si verificarono nel 2004: un uomo perse la vita nella Valle del Bove, mentre un turista francese di 49 anni, Étienne Nicoladze Arnaud, morì il mese successivo nella zona di Montagnola.
A questi casi si aggiunge quello di un operaio forestale morto nei pressi dei Monti Rossi.
Con la tragedia del 2026, il numero complessivo delle vittime attribuite ai fulmini sull’Etna raggiunge quindi quota sette, secondo la ricostruzione dei casi disponibili.
La lava, invece, ha ucciso meno persone negli ultimi decenni
Il confronto con l’attività vulcanica è altrettanto significativo.
Secondo lo Smithsonian Institution Global Volcanism Program, le ultime vittime direttamente associate a un’eruzione dell’Etna risalgono al 17 aprile 1987. Un’improvvisa esplosione freatica al Cratere di Sud-Est espulse frammenti di materiale vulcanico: due turisti morirono e altri sette rimasero feriti.
Non si trattò quindi di una grande colata lavica che travolse un centro abitato, ma di un’esplosione improvvisa avvenuta nell’area sommitale.
Ancora più drammatico era stato l’episodio del 1979, quando un’esplosione alla Bocca Nuova provocò nove morti e 23 feriti.
Dal 1987, secondo i dati dello Smithsonian, non si sono registrati altri decessi direttamente collegati alle eruzioni dell’Etna.
La differenza rispetto ai fulmini è evidente: il rischio vulcanico può essere circoscritto attraverso le aree interdette, mentre quello meteorologico può interessare una porzione molto più ampia della montagna.
Il fulmine non ha bisogno della lava
È questo uno degli aspetti più importanti da comprendere.
Per essere esposti a un’eruzione, generalmente bisogna trovarsi abbastanza vicino alla zona interessata dall’attività vulcanica. Le autorità possono quindi stabilire distanze di sicurezza, chiudere sentieri e limitare l’accesso alle aree più pericolose.
Il temporale segue invece regole completamente diverse.
Un fulmine può colpire una persona che si trova molto lontano dal centro della perturbazione. E può farlo anche quando nella zona in cui si trova l’escursionista non sta ancora piovendo.
Secondo le indicazioni della Protezione Civile, infatti, le scariche elettriche possono verificarsi anche a distanza dalla precipitazione più intensa.
Questo significa che aspettare di vedere la pioggia prima di considerare pericoloso un temporale può essere un errore.
Il tuono è già un segnale d’allarme.
Il problema delle quote elevate
L’Etna presenta inoltre caratteristiche che possono aumentare la vulnerabilità di chi si trova in quota.
Salendo lungo i versanti, la vegetazione diminuisce fino a lasciare spazio a rocce, cenere e terreno vulcanico. In un ambiente così aperto, un escursionista può diventare uno degli elementi più esposti del paesaggio.
Non è necessario trovarsi sulla vetta.
Anzi, è proprio questo uno dei rischi meno intuitivi: il pericolo del fulmine non coincide con la zona dell’eruzione.
Un escursionista può trovarsi a una quota relativamente inferiore rispetto ai crateri e rimanere comunque esposto a una scarica atmosferica.
La presenza di una montagna modifica inoltre la distribuzione delle correnti d’aria e può favorire condizioni meteorologiche rapidamente mutevoli.
Il temporale può arrivare prima della pioggia
C’è un’altra convinzione che può diventare pericolosa: pensare che finché il cielo non è completamente coperto o finché non piove, il rischio non sia ancora concreto.
Non è così.
Le scariche elettriche possono precedere la pioggia e raggiungere aree che sembrano ancora relativamente tranquille.
Per questo, in montagna, il comportamento più prudente non consiste nell’aspettare che il temporale “arrivi davvero”.
Se si sentono i primi tuoni, la raccomandazione è di abbandonare rapidamente creste, cime e zone esposte, cercando un luogo più sicuro e a quota inferiore.
Un edificio chiuso o un’automobile rappresentano i rifugi migliori. In assenza di queste possibilità, bisogna comunque cercare di ridurre l’esposizione ed evitare le aree più aperte.
Perché le strutture metalliche non sono un rifugio
Un altro errore comune riguarda le strutture metalliche.
In caso di temporale, grandi strutture metalliche esposte non devono essere considerate automaticamente un riparo. Se vengono colpite, possono infatti condurre la corrente elettrica.
Il principio generale è semplice: durante un temporale bisogna ridurre il più possibile l’esposizione e allontanarsi da punti particolarmente esposti.
Soprattutto in una montagna come l’Etna, dove l’assenza di vegetazione alle quote più elevate può rendere difficile trovare rapidamente un riparo naturale efficace.
Guardare il vulcano, ma anche il cielo
La storia recente dell’Etna suggerisce quindi una lezione che va oltre il singolo incidente.
Chi visita un vulcano attivo tende naturalmente a concentrarsi sulla lava. Controlla il colore del cielo sopra il cratere, osserva il fumo, fotografa le colate e segue le indicazioni sull’attività eruttiva.
Ma una montagna non è soltanto un vulcano.
È anche un ambiente meteorologico nel quale vento, nuvole, temporali e fulmini possono trasformare rapidamente le condizioni di sicurezza.
Il paradosso dell’Etna è proprio questo: una delle montagne più famose per il suo fuoco ha visto, negli ultimi decenni, più vittime legate ai fulmini che alle eruzioni.
E allora, quando si sale sulle sue pendici, forse non basta guardare verso il cratere.
Bisogna anche ascoltare il cielo.
Perché sull’Etna il primo segnale di pericolo potrebbe non essere il bagliore rosso della lava.
Potrebbe essere il tuono.
Foto di bocciapasquale da Pixabay
